Dominique Vantomme – Vegir [MoonJune 2018]

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Un’ostinato costituito su un accordo di Fender Rhodes, una nota di basso in slide dal registro basso a quello alto, un soundscape di chitarra ed i piatti a portare un rock moderato. Pochi ingredienti, eppure capaci di tenere l’ascolto incollato nel senso di attesa per qualcosa che lentamente succederà, per sette minuti, senza far sentire il passare del tempo. Non cambierà molto di questo scenario, ma quando prima la chitarra porta una nota con la lead, poi il basso ripete il suo stesso tema con la compressione la tensione cresce con lentezza. Ecco che anche il Rhodes risponde: una piccola scala ascendente, quasi completamente fuori tonalità. Che cambia e completa finalmente il senso del tutto. E’ uno dei rarissimi interventi solisti di Double Down, pezzo di apertura di Vegir di Dominique Vantomme. Una traccia costruita attorno ad un tema scarno e l’improvvisazione del quartetto creato dal pianista belga, che crea un senso di tensione dilatatissimo, che esploderà nel finale del pezzo. E quella piccola scala vale da sola il prezzo del biglietto.

Dominique Vantomme é al primo lavoro con la MoonJune Records ed é una scoperta, anche se di scoperta non si può parlare visto che lui e Leonardo Pavkovic si conoscono da tempo. I due si sono ripromessi in passato di lavorare insieme, ed oggi Vegir ne é il prodotto. Pianista belga con una base classica presto passato al jazz, Vantomme nel frattempo ha portato avanti il trio Root, con il quale ha sviluppato una miscela che ricorda tanto jazz contemporaneo europeo: improvvisazione bilanciata da cadenze classiche ed armonia jazz, linee aggressive, vicine al prog, o cadenze melanconiche che richiamano il neoclassicismo e che troviamo spesso in tanti trii oggi, come ad esempio i Gogo Penguin.

Quando Pavkovic fa ascoltare una registrazione di questo trio a Tony Levin, nasce l’idea di incastrare una giornata di session tra il tour degli Stick Men e la leg europea dei King Crimson. In meno di una settimana viene organizzata la session di lavoro, dove Levin e Vantomme vengono raggiunti dal chitarrista -ed insegnante di letteratura, per inciso- belga Michel Deville, già presente in album della MoonJune sotto vari nomi, douBt, Machine Mass, The Wrong Object, quest’ultimo gruppo in cui aveva suonato anche con Elton Dean. A loro si aggiunge, su suggerimento di Vantomme, il batterista Maxime Lessens. E la session avviene in una giornata, il 29 ottobre 2017. Pochi temi, portati da Vantomme, e perlopiù improvvisazione del quartetto.

Sizzurp ha una partenza alla Porcupine Tree prima maniera: Lessens porta un groove sui tamburi che potremmo sentire da Gavin Harrison, mentre la cadenza struggente del Fender Rhodes, ricca di riverberi e tremolo, viene contrappuntata da Tony Levin. Pochi minuti di intro vengono sviluppati in maniera psichedelica e dilatatissima. Deville predilige più creare atmosfere distorte, ricche di wah wah o whammy, che i soli. Più volte ricorda Jean-Paul Bourelly, entrambi non a caso influenzati da Hendrix: il francese con i suoi tributi regolari, mentre Delville l’anno scorso ha pubblicato un tributo con i Machine Mass.

Fa parzialmente eccezione Emmetropia dove é il chitarrista a portare l’ostinato sul quale Levin costruisce uno dei suoi inconfondibili temi semplici, immediati e potenti. Prima Delville, poi ancora Vantomme con un solo denso e carico di intensità -ancora una volta é la scelta delle note out a fare la differenza! Un’altro momento del pianista belga é in Playing Chess with Barney Rubble: un groove solido guidato da Tony Levin al basso con le bacchette lascia spazio nella parte centrale ad una progressione galoppante, solare di Vantomme, che al pianoforte elettrico modula tra diverse tonalità. Un solo in cui si apprezza il suo sound ricco di echi, con grandissimo gusto, prima del finale del pezzo che cresce pian piano in aggressività. E merita di essere citata la chiusura dell’album affidata alla breve Odin’s Wig, che mette in luce un Delville che richiama il Terje Rypdal di Odyssey.

Vegir é un album con un sound molto coeso: ritmi moderati, una sonorità stabile tra i vari pezzi, equilibrio tra i momenti di acidità ed intensità da una parte e le sonorità calde e brillantine, soprattutto del Rhodes dall’altra -si sente il lavoro di mastering di Mark Wingfield. Le improvvisazioni sono dilatate -ad esclusione dell’ultima, un frammento, la traccia più breve é la prima con i suoi sette minuti- e non forzano mai per cercare soluzioni estreme, ma sviluppano in maniera coerente la propria premessa. Tony Levin é un marchio di fabbrica in un lavoro di improvvisazione, ma Vantomme é la vera scoperta.

Dominique Vantomme
Vegir

1.Double Down 07:36
2.Equal Minds 10:19
3.Sizzurp 10:45
4.Playing Chess With Barney Rubble 09:04
5.The Self Licking Ice-cream Cone 13:08
6.Plutocracy 04:38
7.Agent Orange 09:46
8.Emmetropia 09:00
9.Odin’s Wig 01:54

DOMINIQUE VANTOMME: Fender Rhodes Electric Piano, Piano, Mini Moog, Mellotron
MICHEL DELVILLE: Electric Guitar
TONY LEVIN: Bass Guitar, Chapman Stick
MAXIME LENSSENS: Drums

English version

An ostinato chord built on Fender Rhodes, a bass note sliding from the low to the high register, a guitar soundscape and cymbals sustaining a moderate rock. Few ingredients, yet able to keep the listener sitting in the sense of waiting for something that will slowly happen, lasting seven minutes, without time passing by. It will not change much in this scenario, until guitar sustains a note with the lead and bass repeats its own theme adding the compression, then the tension grows slowly. Finally Rhodes answers them: a small upward scale, almost completely out of tonality. This changes and completes the meaning of the whole piece. It is one of the rare solos in Double Down, the opening track in Vegir by Dominique Vantomme. A track built around a lean theme and the quartet improvising on it, which creates a sense of expanded tension exploding at the end of the piece. And that small scale alone is worth the price of the ticket.

Dominique Vantomme marks his first solo work with MoonJune Records and it is a discovery, even if him and Leonardo Pavkovic know each other for a long time. The two have pledged themselves in the past, and today Vegir is the outcome. The Belgian pianist started with classical education and soon switched to jazz. In the meantime he built up his own Root trio, with whom he developed a blend reminiscent of contemporary European jazz: improvisation balanced by classical cadences and jazz harmony, aggressive lines, close to the prog sounds, or melancholic cadences that recall neoclassicism which we often find in many trios today, such as the Gogo Penguin.

When Pavkovic lets Tony Levin listening to their recording, they come to the idea of setting up a day session between the Stick Men tour and the European leg of King Crimson. In less than a week the working session is set up and Levin and Vantomme are joined by the Belgian guitarist -and a literature teacher, worth mentioning- Michel Deville. He is a long veteran in MoonJune under various monikers as douBt, Machine Mass, The Wrong Object, the latter group he played with Elton Dean. Drummer Maxime Lessens is added to the band following Vantomme’s suggestion. And the session takes place in a day, October 29th, 2017. Few themes, brought by Vantomme, and most of all improvisation of the quartet.

Sizzurp has a Porcupine Tree influenced intro: Lessens brings a groove on the drums we could have heard from Gavin Harrison, while the poignant cadence of Fender Rhodes, full of reverbs and tremolo, is counterpointed by Tony Levin. A few minutes of intro are developed in a psychedelic and widened manner. Deville focuses on creating distorted atmospheres, full of wah wah or whammy, more than soloing. He reminds Jean-Paul Bourelly several times, incidentally both inspired by Hendrix: the French with his regular tributes, while Delville published a tribute with Machine Mass last year.

Emmetropia makes an exception: it is the guitarist who brings the ostinato on which Levin builds one of his simple, immediate and powerful trademark themes. Initially Delville brings a solo, then again Vantomme playing an intense one -once again it is the choice of the notes he makes that makes the difference! Playing Chess with Barney Rubble is yet another landmark by the Belgian pianist: a solid groove led by Tony Levin on the bass with chopsticks makes way to a fast, solar, modulating progression by Vantomme at electric piano. The highlight is again his tasteful solo full of echo, before the closure, growing in aggressiveness. And it is worth mentioning the closing track of the album, the short Odin’s Wig, which showcases Delville remembering Terje Rypdal of Odyssey.

Vegir is made up with an highly cohesive sound: moderate rhythms, a stable sound among the various pieces, balance between moments of acid and intensity on one side and the warm and brilliant tones, especially from Rhodes, on the other -a mark to the mastering made by Mark Wingfield. Improvisations are extended -with the exclusion of the last one, a fragment, the shorter is the first track with its seven minutes- never pushing too much over the boundaries, but those are always developed as to coherently develop their own premise. Tony Levin is a trademark in the improvisation field, but Vantomme is a true discovery.

Dominique Vantomme
Vegir

1.Double Down 07:36
2.Equal Minds 10:19
3.Sizzurp 10:45
4.Playing Chess With Barney Rubble 09:04
5.The Self Licking Ice-cream Cone 13:08
6.Plutocracy 04:38
7.Agent Orange 09:46
8.Emmetropia 09:00
9.Odin’s Wig 01:54

DOMINIQUE VANTOMME: Fender Rhodes Electric Piano, Piano, Mini Moog, Mellotron
MICHEL DELVILLE: Electric Guitar
TONY LEVIN: Bass Guitar, Chapman Stick
MAXIME LENSSENS: Drums

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Samuel Hällkvist – Variety of Rhythm [BoogiePost recordings 2017]

English version

Nella sua autobiografia il compositore John Adams racconta così il finale di Grand Pianola Music: ‘Inizia con un lungo e sostenuto accordo di settima dominante che pulsa e vibra per sessanta battute prima di sgorgare in un virtuale Niagara di arpeggi del pianoforte. Quel che segue é una melodia assolutamente familiare, una specie di Ur-Melodie. Pensate di averla già sentita, ma non riuscite a ricordare dove o quando. In realtà é un motivo originale’ [John Adams, Hallelujah Junction, EDT]. Questo passaggio mi é rivenuto in mente ascoltando Variety of Rhythm, una suite composta dal chitarrista svedese Samuel Hällkvist. Un lavoro che é più uno studio sull’ascolto del ritmo e sulle percezioni uditive, trattate alla stessa maniera con la quale si studiano i meccanismi delle illusioni visive, come quelle ritratte sulla copertina. E che ci porta in un mondo di archeologie di suoni, che in ogni momento ci fanno riconoscere Ur-Melodie -anzi in questo caso più Ur-Ritmi– che non ricordavamo di ricordare, come nel caso dell’esempio di John Adams.

Variety of Rhythm é il quarto lavoro solista del chitarrista svedese, ma trapiantato in terra danese, Samuel Hällkvist. Ed é anche il terzo della serie Variety of dopo Variety of Loud (2012) e Variety of Live (2015). Ascoltando la sua discografia in ogni lavoro si vede una direzione, una sperimentazione in un aspetto differente rispetto al precedente. Utilizza una base di chitarra preferibilmente pulita, a cui unisce un lavoro sempre focalizzato su ritmi e poliritmie, sviluppando melodia ed armonia in maniera funzionale allo sviluppo ritmico del brano. Regala pochi soli e preferisce lavorare sulla struttura dei pezzi, utilizzando sonorità che spaziano dal jazz misto di americana di Bill Frisell al math rock, alla psichedelia pinkfloydiana, all’avanguardia, all’elettronica, alla musiche asiatiche, al progressive strumentale tirato -ma mai pomposo, anzi sottilmente ironico, in stile Mats/Morgan Band. Non a caso Samuel ha lavorato con Morgan Agren, oltre che citare le collaborazioni, tra le altre, con Pat MastelottoDavid Torn -quest’ultimo presente anche in questo lavoro- e con la trombettista Yazz Ahmed, il cui Le Saboteuse é stato uno dei lavori più interessanti del 2017. Ed é recentemente membro stabile della storica band svedese prog Isildurs Bane, che l’anno scorso ha lavorato con Steve Hogarth per Colours Not Found in Nature.

Per questo lavoro ha messo insieme un gruppo di 12 musicisti ed ha registrato parti della suite tra Scandinavia, Parigi, Giappone, Anversa, Portogallo e Stati Uniti. Ognuno dei team nelle varie location (vedete sotto la tracklist) ha in carico una parte dei totali 43 minuti del pezzo, che si sviluppano senza interruzioni in tre tronconi principali di composizione scritta, sviluppati in una struttura di forma-sonata di presentazione e ricapitolazione ed inframezzati da segmenti improvvisati. L’inizio della prima parte, Double Adagio, é affidata alla voce di Qarin Wikström ed al basso di Dick Lövgren dei Meshuggah, che costruiscono il primo ostinato sul battito di metronomo portato dal vibrafono di Kumiko Takara. L’ingresso della batteria porta la prima poliritmia. Come Hällkvist descrive nel sito Variety of, creato apposta per spiegare l’analisi musicale del pezzo e la sua costruzione, sentiamo non più di tre accordi ripetuti per molteplici battute mentre tutti gli strumenti dialogano tra un ritmo di 3 ed uno di 7. Sentiamo un gamelan danzante ed allegro sul quale Hällkvist costruisce linee intense con la distorsione lead della chitarra ricca di riverberi fino ai quattro minuti dove la batteria esce per gli ultimi accordi conclusivi dell’intro.

Dietro Variety of Rhythm c’é una forte visione d’insieme a guidare la composizione di questo lavoro, che é legato a doppio filo con la percezione. La psicologia della Gestalt ha analizzato in maniera approfondita la percezione, ponendola per la prima volta al centro della disciplina. Nel 1912 Max Wertheimer, studiando le illusioni visive, sviluppò il concetto di forma, che nella psicologia gestaltica rappresenta l’organizzazione unitaria a livello psichico di elementi che i nostri organi di senso hanno recepito singolarmente. La scena percettiva é già ricca di rapporti tra gli elementi che abbiamo di fronte, come ad esempio nell’esperimento di due lampade vicine che si accendono e spengono velocemente e che il nostro occhio tende a percepire come un’unica lampada. Il nostro occhio, così come il nostro orecchio, riesce a cogliere le interazioni tra gli elementi che avvengono fuori dal campo percettivo. L’esempio visuale di questo processo mentale é suggerito dallo stesso Hällkvist con il titolo di uno dei pezzi principali, The Necker Cube, una figura che gioca sull’illusione cognitiva che ci provoca. I nostri sensi raccolgono più di quello che c’é nella somma delle singole parti.

Hällkvist segue questa via per sviluppare il rapporto tra i ritmi nel suo lavoro. In ogni momento l’ascolto rimbalza come un elastico tra i vari livelli del pezzo, attuando un vero doppio circuito: da un lato il dialogo tra i battiti, intesi come metri, dall’altro quelli tra i ritmi, intesi come costruzioni complessi di accenti e battute in un sistema di segni e di rimandi culturali. Ad esempio nel breve intermezzo improvvisato incollato tra il primo movimento ed il secondo, Tete-a-tete/Blivet, che incomincia intorno ai 5 minuti, pur non percependo battiti, l’ascoltatore continua a portare il ritmo all’interno del proprio ascolto. La seconda parte inizia con un tappeto lento e psichedelico sul quale la chitarra di Hällkvist ed il violino di Liesbeth Lambrecht portano un tema sfasato che va su e giù tra registro alto e basso. La batteria esce dopo circa due minuti lasciando spazio ad una chitarra effettata con un delay tipico del David Gilmour anni ’80. Sceglie un effetto iperabusato dai chitarristi, così rischioso di suonare scontato, con il quale, invece, Samuel costruisce un momento rilassante e spaziale. Le tastiere di Pete Drungle, il basso e la batteria si reinnestano creando una tensione crescente ed utilizzando tutta la scala cromatica. Siamo in un viaggio che parte dai Pink Floyd ed arriva ai primi Porcupine Tree. Un momento che vale il prezzo del biglietto.

Alla fine della parte, prima il vibrafono porta un tema ossessivo mantenendo lo stesso battito che l’ascoltatore ha ormai introiettato, poi, mantenendo la stessa metrica, la successiva improvvisazione di David Torn costruisce un soundscape intenso, che riprende i suoni dell’ultimo lavoro solista per ECM, Only Sky. La terza parte inizia intorno ai 26 minuti come la precedente, con poche note portate dal vibrafono che dialoga con la batteria alternando ritmi quaternari a terzinati e cambiando l’accordo sottostante ad ogni cambio di ritmo. Il ritmo é rallentato mentre ci focalizziamo sulle relazioni tra i differenti patterns. Quando l’orecchio si focalizza sulle similitudini con il minimalismo ecco che richiama il gamelan o le pentatoniche della musica orientale, il prog rock oppure il folk americano.

L’ascolto di Variety of Rhythm avviene ad un livello più profondo di quello del semplice ascolto. Percepiamo uno sviluppo del brano sottostante, mascherato dalle illusioni sonore create ad arte. Ma non é un trucco scenico, quanto un vero e proprio dialogo tra i ritmi all’interno del lavoro, al quale si prende parte in maniera attiva trovando sempre particolari nuovi ad ogni ascolto.

Samuel Hällkvist

Variety of Rhythm

*DOUBLE ADAGIO : TJSP
A1 : TP
trio 1 clip 1: TEAM JAPAN
*TETE-A-TETE / BLIVET: TJSPA
trio 2 clip 1: TP
*huly marga : TU
B1: TP
improv 1 clip 3: TP
A2: TP
*THE NECKER CUBE: TJSPA
B2: TP
*part of ADAGIO DOUBLE: TJS
C2: TP
trio 1 clip 2: TJ
*part of TETE-A-TETE / BLIVET: TJSPA

Samuel Hällkvist, guitar
Dick Lövgren, bass
Qarin Wikström, voice
Knut Finsrud, drums
Liesbeth Lambrecht, violin
Pete Drungle, keys
David Torn, guitar
Yasuhiro Yoshigaki, drums
Kumiko Takara, vibraphone
Paulo Chagas, sax, flute
Silvia Corda, misc
Adriano Orru, bass, objects
Katrine Amsler, programming, edit

English version

In his autobiography, composer John Adams tells the grand finale of Grand Pianola Music: ‘It starts with a long and sustained seventh dominant chord throbbing and vibrating for sixty bars before flowing into a virtual Niagara of piano arpeggios. What follows is an absolutely familiar melody, a kind of Ur-Melodie. You think you’ve already heard it, but you can not remember where or when. It’s actually an original theme ‘[John Adams, Hallelujah Junction, EDT]. This passage came to my mind when I listened to Variety of Rhythm, a suite composed by the Swedish guitarist Samuel Hällkvist. A study of listening to rhythm and auditory perceptions, managed in a fashion similar way to the way we study visual illusions mechanisms, such as those painted on the cover. And that takes us into a world of archaeologies of sounds, at any moment we recognize Ur-Melodies – in this case more Ur-Rhythms– that we do not remember to remember, as in the case of the example of John Adams.

Variety of Rhythm is the fourth solo work by the Swedish-born, but Denmark-resident guitarist Samuel Hällkvist. It is also the third in the ‘Variety of’ series following Variety of Loud (2012) and Variety of Live (2015). Listening to his discography we can see a different direction, an experiment focusing on a different aspect comparing a record to the previous one. He uses a preferably clean guitar base, combining it along a work focused on rhythms and polyrhythms and developing melody and harmony in a way functional to the rhythmic development of the piece. He gives only a few solos and prefers to work on the structure of the pieces, using sounds ranging from the American jazz of Bill Frisell to math rock, Pink Floyd’s psychedelic, avant-garde, electronics, Asian music, complex progressive instrumental -never lavish, even sometimes subtly ironic, i.e. in style of Mats / Morgan Band. No surprise Samuel worked with Morgan Agren, as well as mentioning the collaborations, among others, with Pat MastelottoDavid Torn – who makes an appearance also in this work- and trumpeter Yazz Ahmed, whose Le Saboteuse was among the most interesting releases in 2017. And he is a regular member of the Swedish veteran proggers Isildurs Bane, who worked with Steve Hogarth last year for Colours Not Found in Nature.

For this work he assembled a team of 12 musicians and recorded parts of the suite between Scandinavia, Paris, Japan, Antwerp, Portugal and the United States. Each of the teams in the various locations (see below the tracklist) has a part of the total 43 minutes of the piece, which are developed without interruption in three main sections of written composition, developed in a structure of sonata-form of presentation/recapitulation and interspersed with improvised segments. The beginning of the first part, Double Adagio, is lead  by Qarin Wikström‘s vocals together with Meshuggah‘s Dick Lövgren basslines. They build the first ostinato on the beat of metronome brought by the vibraphone of Kumiko Takara, while drums adds the first polyrhythm. As Hällkvist describes in the Variety of site, which has been created to explain the piece’s musical analysis and its construction, we hear no more than three chords repeated for multiple beats while all the instruments dialogue between a rhythm of 3 and 7. We feel a dancing and cheerful gamelan, above which Hällkvist builds intense lines with guitar lead distortion full of reverberations up to four minutes, when drums stop for the last final intro chords.

Behind Variety of Rhythm there is a strong vision to guide the composition of this work, which is linked to the perception cognitive process. Gestalt psychology analyzed in depth the perception, placing it for the first time at the center of this discipline. In 1912, Max Wertheimer, while studying visual illusions, developed the concept of form, which represents the unitary organization of elements at cognitive level that our senses received individually. The perception scene is already full of the relationships between the elements we are sensing, such as in the experiment of two close lamps that turn on and off quickly: our eyes tends to perceive them as a single lamp. Our eye, as well as our ear, is able to grasp the interactions between the elements that occur outside the perceptions field. The visual example of this mental process is hinted by Hällkvist himself with the title of one of the main pieces, The Necker Cube, a figure created to work on the ambiguity of the cognitive illusion. Our senses collect more than what is in the sum of the individual parts.

Hällkvist follows this path to develop the relationship between the rhythms in his work. At any time the listening act rebounds like a rubber band between the various levels of the piece through a double circuit: on one hand the dialogue between the beats, meant as meters, on the other those between the rhythms, meant as complex constructions of accents and quotations of signs and cultural references. For example, in the short improvised interlude glued between the first movement and the second, Tete-a-tete / Blivet, which begins around 5 minutes, while not perceiving beats, the listener continues to bring the rhythm within him/herself while listening. Second part begins with a slow and psychedelic carpet on which Hällkvist’s guitar and Liesbeth Lambrecht‘s violin bring a theme out of phase that goes up and down between the higher and lower register. The drums comes out after about two minutes leaving room for delay guitar lines, using a well-known 1980s David Gilmour effect. He chooses a overused effect chosen by many guitarists, making a very risky move: instead, Samuel builds a relaxing and spatial moment. Pete Drungle‘s keyboards, bass and drums are coming back in creating a growing tension while moving through the whole chromatic scale. We are on a journey starting from Pink Floyd until the early Porcupine Tree. A moment worth the price of the ticket.

At the end of the part, vibraphone brings an obsessive theme on the same beat that we listened on the previous moments and we still feel in ourselves, then the following improvisation by David Torn builds an intense soundscape, which recalls the sounds of his last solo on ECM, Only Sky. The third part begins around 26 minutes like the previous one, with a few notes brought by the vibraphone dialoguing with the drums. This time music swings from quarters to triplets and it changes the underlying chord at each change of rhythm. The rhythms is slow while we hear all possible interactions between different patterns. When our ear focuses on the similitudes with minimalism, here there is a reminiscence of gamelan or a pentatonic referring to oriental music or prog rock or American folk.

Listening to Variety of Rhythm takes place at a level deeper than just listening. We perceive an underlying development of the song, hidden behind the the cognitive illusions. It is not a trick, but rather a real dialogue between the rhythms within the work, in which the listener takes an active part by finding new details for each listening.

Samuel Hällkvist

Variety of Rhythm

*DOUBLE ADAGIO : TJSP
A1 : TP
trio 1 clip 1: TEAM JAPAN
*TETE-A-TETE / BLIVET: TJSPA
trio 2 clip 1: TP
*huly marga : TU
B1: TP
improv 1 clip 3: TP
A2: TP
*THE NECKER CUBE: TJSPA
B2: TP
*part of ADAGIO DOUBLE: TJS
C2: TP
trio 1 clip 2: TJ
*part of TETE-A-TETE / BLIVET: TJSPA

Samuel Hällkvist, guitar
Dick Lövgren, bass
Qarin Wikström, voice
Knut Finsrud, drums
Liesbeth Lambrecht, violin
Pete Drungle, keys
David Torn, guitar
Yasuhiro Yoshigaki, drums
Kumiko Takara, vibraphone
Paulo Chagas, sax, flute
Silvia Corda, misc
Adriano Orru, bass, objects
Katrine Amsler, programming, edit

 

Andromeda Mega Express Orchestra – Vula [Alien Transistor 2017]

English version

Il compositore Gustav Mahler diceva che la Sinfonia doveva essere come il mondo, doveva includere tutto. Ora, mentre il mondo di Mahler arrivava fino a Brahms (nessuna diminutio per carità), pensare la stessa massima oggi significa includere tutto, ma proprio tutto eh. Quindi: classica contemporanea, jazz, big band, ma anche sigle dei cartoni della Warner Bros o dei film anni ’60, musica techno, heavy metal, progressive rock, rock’n’roll, afrobeat. Il pastiche perfetto postmoderno, ma mai fine a se stesso. Ecco a voi, gli Andromeda Mega Express Orchestra.

Vula, uscito nel 2017 per Alien Transistor dopo una preparazione di cinque anni, é il quarto lavoro per questa orchestra di 18 elementi, ottoni, archi, vibrafono, chitarra, batteria, synth. E’ guidata da Daniel Glatzel, che é anche compositore principale dei pezzi della band. Musicisti che provengono da un panorama quanto mai variegato, si passa dall’Ensemble Intercontemporain alla Tony Allen’s Afrobeat, a Kenny Wheeler, al barocco. Ma anche Hermeto Pascoal, con cui hanno lavorato dal vivo lo scorso anno. Formati nel 2006, hanno acquisito una lineup via via più stabile ed un sound molto contraddistinto, nonostante le molteplici influenze.

La partenza dell’album già é un manifesto dell’estetica dell’orchestra: una breve parentesi free lascia spazio ai turbinanti 13 minuti di In Light of the Turmoil, dove succede di tutto. Un accordo sul vibrafono apre la strada alla batteria che con un ritmo sostenuto porta subito la maggior parte dei temi del brano che si intrecciano fra loro in una riepilogazione da forma-sonata. Un giro con i fiati in evidenza che sembra uscito da un film anni ’60 lascia il posto ad uno scuro tema sulla pentatonica sui bassi, poi moduliamo temporaneamente ad altri accordi mentre sotto la chitarra porta un delizioso rock’n’roll. Brevi pause e poi i temi ricominciano ad intrecciarsi tra stacchi tirati e cambi di tempo prima del ritorno del tema della pentatonica sugli archi, debitamente rivisitato, ampliato, storto. Sono passati neanche cinque minuti ed In Light of Turmoil fa vedere già un’orchestrazione scintillante, esaltante, feroce, tirata. Quando si é sul punto di gridare all’esagerazione ci si tiene. Quando si é sul punto di protestare per le troppe citazioni, ne arriva un’altra più bella.

La parola Vula deriva dal Tumbuka, parlato nel Malawi dove gli AMEO hanno avuto occasione di lavorare, ed é utilizzata per indicare le tempeste. Un concetto che attraversa tutto l’album, ma in particolare in In Light of Turmoil. Dopo la pausa centrale guidata dal piano attorno ai cinque minuti, l’esaltazione per le turbinazioni dei venti non sono terminate. Il tempo per prendere fiato e la seconda parte é ancora più devastante. Il rock’n’roll si fa sempre più teso ed intricato fino a che tutti gli strumenti convergono su un accordo di Sol. Un breve stacco e poi il punto culminante con tutta l’orchestra sull’accordo in fortissimo. Un momento che vale il prezzo del biglietto, mentre la placida coda riprende prima la parte di quiete attorno ai cinque minuti, poi i temi iniziali, debitamente rallentati e spogliati della loro potenza.

E’ un momento esaltante per le orchestre che sperimentano a cavallo di generi tra loro distantissimi. Cercando di evitare il più possibili generalizzazioni forzate, ad ascoltare gli AMEO insieme alle recenti esperienze di Darcy James Argue’s Secret Society e Nathan Parker Smith fa trovare tanti punti in comune, più che di influenze, di visione e di manipolazione dell’orchestrazione. A cavallo tra la tradizione jazz, che dopo la Maria Schneider Orchestra negli anni ’90 ha ritrovato interesse, ed ensemble di classica contemporanea.

Ma il gioco delle citazioni può partire anche da più lontano: dai Naked City di John Zorn, attraverso il Frank Zappa di Yellow Shark, o addirittura la scuola di canterbury e le sconosciute orchestre prog contemporanee -riporto giusto per il gusto della citazione due esempi come i francesi Camembert e gli italiani Breznev Fun Club.

La terza traccia Lakta Makta Ha inizia con una orchestrazione delicata che richiama la Maria Schneider Orchestra ed un tema discendente che porta prima ad un assolo di tromba ed poi ad una costante variazione del tema iniziale, che si adagia lentamente per circa 10 minuti. Gli AMEO sono passati da pezzi in cui c’é una scrittura forte, ad altri più free; hanno lavorato fortemente in studio, come nell’album Bum bum, oppure più dal vivo, come nel lavoro precedente a questo. Vula é il lavoro che esprime l’equilibrio migliore tra post produzione dello studio e spontaneità del live. Come nell’impronunciabile quarta traccia qwetoipntv vjadfklvjieop, ovvero una improvvisazione tra avanguardia classica e jazz fatta di urla lancinanti, linee cromatiche in un ambiente atonale e di strumenti che dialogano su brevi inserimenti registrati di orchestra.

Prima che J Schleia riprenda l’intricatissima orchestrazione della seconda traccia. Si inizia con un afrobeat degno di Tony Allen con tempi ingannevoli e tagliati mentre chitarra, archi, ottoni e synth si alternano in un botta e risposta per tutto il pezzo. Il solo del sax di Glatzel che dialoga con le linee acide del synth porta alla calma -si fa per dire- della seconda parte, nella quale il contrappunto bachiano dell’orchestra rivisita il tema.

In Vula c’é rigorosamente tutto come nella sinfonia mahleriana. Ma l’attenzione non é mai all’aspetto postmoderno della citazione, quanto alla montagna di idee divertenti all’orecchio, coinvolgenti per l’ascolto che non fanno mai rimanere fermi.

Andromeda Mega Express Orchestra
Vula

1 Vula
2 In the Light of Turmoil
3 Lakta Mata Ha
4 Qwetoipntv Vjadfklvjieop
5 Interlude
6 J. Schleia
7 Papaya Flyers IX Epsylon

64.21

English version

Composer Gustav Mahler said that a Symphony had to be like the world, it had to include everything. Now, after Mahler’s world included no longer than Brahms (no reduction intended), if you take a glance at this statement today, it means to include everything, meaning really everything! So: classical contemporary, jazz, big band, but also Warner Bros’ cartoon soundtracks as well as 60s movies, not forgetting techno music, heavy metal, progressive rock, rock’n’roll, afrobeat. A truly postmodern pastiche, however never an end in itself. Enter the Andromeda Mega Express Orchestra.

Vula, released in 2017 for Alien Transistor after a five-year preparation, is the fourth work by this 18-piece orchestra, which includes brass, strings, vibraphone, guitar, drums, synths. It is led by Daniel Glatzel, who is accidentally also the main composer of the pieces. Musicians who come from a multiple background, ranging from Ensemble Intercontemporain to Tony Allen’s Afrobeat, to Kenny Wheeler, to the Baroque. But also Hermeto Pascoal, with whom they worked live last year. Formed in 2006, they acquired gradually a stable line-up and a very distinguished sound, despite the multiple influences.

The start of the album is already a manifesto of the aesthetics: a short free parenthesis gives way to the turbulent 13 minutes of In Light of the Turmoil, where everything happens. An intro on the vibraphone opens the way to the drums. With a sustained rhythm immediately paves the road for the majority of the themes of the piece intertwined with each other in a sonata-form recapitulation. A swirling soundtrack that seems to come out of a 60s film gives way to a dark pentatonic theme on the bass, then temporarily modulating to other chords while underneath guitar brings a delicious rock’n’roll. Short breaks and then the themes start to intertwine between drawn deadlifts and changes of time before the return of the main pentatonic theme on the strings, duly revisited, enlarged, crooked. Five minutes have passed and In Light of Turmoil already shows a sparkling, thrilling, fierce, tugged orchestration. The listener is holding when is about to cry out for the exaggeration. When is about to protest over too many quotations, another more beautiful one arrives.

The word Vula comes from the Tumbuka language, spoken in Malawi, where AMEO have had the opportunity to work, and is used to indicate storms. A concept that runs through the whole album, but specifically in In Light of Turmoil. After the central break, lead by piano around five minutes, the elation for whirling winds is not finished. Time to take a breath and the second part is even more aggressive. The rock’n’roll gets more and more tense and intricate until all the instruments converge on a G chord. A brief staccato and then the climax with the whole orchestra on the chord in fortissimo. A moment worth paying the price of the ticket, while the placid coda first takes back the quiet part we heard around five minutes, then the initial themes, duly slowed down and stripped of their power.

It is an exciting moment for those orchestras that experiment on the verge of multiple genres. Trying not to apply general categories where not applicable, but when listening to AMEOs along with the recent experiences of Darcy James Argue’s Secret Society and Nathan Parker Smith reveals many common ideas, rather than mentioning influences, more about the vision and manipulation of the orchestration. Straddling the jazz tradition, which after the Maria Schneider Orchestra in the 90s has gained back interest, and contemporary classical ensemble.

But the game of quoting can start even from different orizons: from John Zorn‘s Naked City, through the Yellow Shark’s Frank Zappa, or even the canterbury school and the unknown contemporary prog orchestras – just an exercise of quoting, two examples like the French Camembert and the Italians Breznev Fun Club.

[bandcamp: shortcode must include 'track', 'album', or 'video' param]

The third track Lakta Makta Ha begins with a delicate orchestration that recalls the Maria Schneider Orchestra and a descending theme that leads first to a trumpet solo and then to a repeated variation of the initial theme, which slowly settles for about 10 minutes. AMEOs have gone through pieces in which there is a strong writing, to others more free-oriented; they worked hard in the studio, as in the Bum bum album, or more live, as in the previous work. Vula is the work that expresses the best balance between post-production of the studio and spontaneity of the live. As in the -unpronounceable- fourth track qwetoipntv vjadfklvjieop, an improvisation between classical avant-garde and jazz made of excruciating screams, chromatic lines in an atonal environment and of instruments that interact above short recorded additions of orchestra pieces.

Finally J Schleia takes back the intricately orchestrated style envisioned in the second track. It starts with a Tony Allen-style afrobeat, moving with misleading and truncated signatures while guitar, strings, brass and synth alternate in an interaction for the whole piece. Glatzel’s sax solo dialogues with the acidic lines of the synth leads until the calm mood – as it were possible – of the second part, in which the Bachian counterpoint of the orchestra revisits the theme.

In Vula there is strictly everything as in the Mahlerian symphony. But the focus is never on the postmodern aspect of the quotation, but on the amount of funny ideas soothing the ear and engaging the listener, never make allowing it to stand still.

Andromeda Mega Express Orchestra
Vula

1 Vula
2 In the Light of Turmoil
3 Lakta Mata Ha
4 Qwetoipntv Vjadfklvjieop
5 Interlude
6 J. Schleia
7 Papaya Flyers IX Epsylon

64.21

Slivovitz – LiveR [MoonJune 2018]

English version

Se chiedete a mia madre il suo attore preferito lei vi risponde Humphrey Bogart. ‘Ma non é bello’ ‘Si, ma é affascinante’. E poi vi fa una sfilza di attori belli che non ballano. Ecco, uso questa metafora per dire che un bel disco da studio seguito da un live non all’altezza, é un bello che non balla. Esempio che non si addice proprio a LiveR degli Slivovitz, visto che é un lavoro che balla un prog tiratissimo dal sapore di funk, incrociato tra tempi composti, groove aggressivi e melodie etniche.

Nati nel 2001 a Napoli, hanno alle spalle 5 album ed un’attività live consistente, oltre che una line-up ormai stabile. Partono da un jazz-rock anni ’70 con -appunto- prog, funk, scale che vanno dal balcanico all’arabo condite con sensibilità mediterranea, cantabili e inusuali allo stesso tempo. Ma via via col tempo amalgamano gli ingredienti, rendendo sempre più difficile separare le singole influenze all’interno del loro sound. Facile capire, vedendo input così diversi tra loro, perché dal secondo album vengano assoldati dallo zio d’america Leonardo Pavkovic, da sempre attratto agli incroci dal pedigree inimmaginabile per il catalogo MoonJune. Nell’ultimo lavoro del 2015, All You Can Eat, riescono a sintetizzare al meglio questo equilibrio tra la semplicità delle linee melodiche ed una complessità della scrittura, ben nascosta dal gran lavoro in studio in fase di arrangiamento. LiveR si compone di sette tracce, delle quali sei registrate a La Casa di Alex a Milano nel 2016. Riprende pezzi dai precedenti album declinandoli in un sound potente, viscerale diretto e coinvolgente. Una performance che gli Slivovitz hanno ripetuto con lo stesso impatto a Progressivamente a Roma a settembre di quest’anno.

Slivovitz, oltre ad essere –casualmente, lo diciamo- il nome di un’acquavite dell’Europa orientale, é una mezza via tra la big band ed un gruppo rock: la dimensione dei sette elementi, senza nessun pianoforte o tastiera, la chitarra di Marcello Giannini con soprattutto compiti ritmici, due fiati, ovvero il sax di Pietro Santangelo e la tromba di Ciro Riccardi, il violino di Riccardo Villari e l’armonica di Derek Di Perri. Completati dal basso di Vincenzo Lamagna, new entry nell’ultimo album, e dalla batteria di Salvatore Rainone.

E’ più facile il paragone con la big band, soprattutto in un momento in cui tanti ensembles richiamano tante influenze prog e jazz-rock -mi vengono in mente esempi più o meno vicini come Andromeda Mega Express Orchestra, Nathan Parker Smith, Hooffoot, Amoeba Split, Forgas Band Phenomena.

Ma grazie alla dimensione ristretta gli Slivovitz guadagnano in flessibilità ed interazione tra i vari elementi rispetto ad un ensemble più grandi. Così se state pensando alla fusion degli Snarky Puppy, qui si trova un prog molto più tirato -andatevi a sentire la coda di Cleopatra che diventa un vero rompicapo ritmico, quasi da math rock. E con un gran lavoro di incorporazione di influenze etniche.

Un live con un forte sound d’impatto -e per questo c’é da andarsi a sentire Negative Creep, pezzo storico di Bleach dei Nirvana, reso ancora più grezzo e tirato, se possibile. O la poderosa coda della iniziale Mai Per Comando che passa con nonchalanche dal metal al tema del chorus quasi ironico. La Egiziaca di LiveR é poi il perfetto esempio dell’anima della band: la tiratissima intro corale lascia spazio all’altrettanto tirato tema del riff orientale. Dopo un minuto e trenta l’atmosfera diventa improvvisamente rarefatta: un solo equilibratissimo della tromba di Riccardi, che cresce lentamente sospinto dall’interplay degli strumming nervosi di Giannini e dal dialogo della sezione ritmica: ci ritroviamo d’improvviso nel Miles Davis del periodo più acido e scuro dell’era elettrica, quello del periodo ’73-’75. La conclusione é un R&B con l’armonica di Di Perri a tirare la volata sul ritmo 4+5 conclusivo. Prima che il pezzo ritorni improvvisamente calmo e poi di nuovo potente.

Gli Slivovitz hanno una capacità di tirare e lasciare, gestire il groove che nella dimensione live viene fuori ancora più che su disco.  Dando più risalto alla chitarra di Giannini –vero e proprio deus ex machina che emerge nel live- alla potenza dei soli di Santangelo, come nel funk dal ritmo sbilenco di Currywurst: 5 minuti tiratissimi sui quali si esaltano i solisti, prima della eterea coda finale fatta dagli arpeggi della chitarra. Lo spazio rimane alle geometrie del violino di Villari, prima accennate poi sempre più delineate. Sotto sentiamo emergere il primo tema funk portato dai fiati e dall’armonica, spogliato di tutta la sua potenza, quasi un ricordo della potenza in nuce, che si ricompone nelle ultime battute. Uno dei momenti più esaltanti del live, anzi LiveR.

Slivovitz
LiveR

1. Mai Per Comando 05:41 (Giannini/Santangelo)
2. Cleopatra 07:37 (Santangelo)
3. Currywurst 07:53 (Giannini)
4. Egiziaca 08:30 (Santangelo)
5. Mani In Faccia 07:53 (Giannini)
6. Negative Creep 05:10 (Cobain)
7. Caldo Bagno 07:50 (Giannini/Manzo)

English version

When I ask my mother about her favorite actor, she answers Humphrey Bogart. ‘He is not handsome!’ ‘But he’s charming’. And then there is a slew of beautiful actors who are handsome, but not charming. This metaphor hints at a nice studio album followed by a live not standing for it, like an handsome actor, missing any charm. An example that does not suit Slivovitz‘s LiveR, a beautiful job that has charm as well with a very well-designed prog with a funk flavor, crossed by cross tempos, aggressive grooves and ethnic melodies.

Born in 2001 in Naples, they have 5 albums and a consistent live activity behing, as well as a stable line-up. They start from a 70s jazz-rock background mixed with prog, funk, oriental/balkan scales topped with Mediterranean sensibility, singable and unusual at the same time. But gradually as they mix the ingredients, it increases difficulty to separate the individual influences in their sound. Easy to expect, given so different inputs, that starting from the second album they began working with lo zio d’America Leonardo Pavkovic, always attracted to the strangest mixtures for the MoonJune catalog. In their latest recording album to date in 2015, All You Can Eat, they manage to summarize at best this balance between the simplicity of the melodic lines and a complexity of writing, well hidden by the great work in the studio during the arrangement.

LiveR includes seven tracks, six of which have been recorded at La Casa di Alex in Milan in 2016, choosing pieces from the previous albums and replaying them with a sound powerful and immediate. A performance that Slivovitz backed with same impact at Progressivamente in Rome in September this year.

Slivovitz, besides being –incidentally– the name of an alchool drink from Eastern Europe, is an half way between the big band and a rock band: the size of the seven elements, without any piano or keyboard, the guitar of Marcello Giannini with mainly rhythmic tasks, two winds, the saxophone of Pietro Santangelo and the trumpet by Ciro Riccardi, the violin by Riccardo Villari and the harmonica by Derek Di Perri. Rhythm section played by Vincenzo Lamagna at the bass, new entry in the last album, and Salvatore Rainone at the drums.

Comparing them with the big band line-up is easier, especially at a time when many ensembles recall so many prog and jazz-rock influences – some examples like Andromeda Mega Express Orchestra, Nathan Parker Smith, Hooffoot, Amoeba Split, Forgas Band Phenomena.

But due to the small size the Slivovitz gain in flexibility and interaction degree between the various elements in comparison to a larger ensemble. So if you are thinking about the Snarky Puppy, here is a much more powerful prog – check Cleopatra‘s coda that becomes a real rhythmic puzzle, almost math rock. And with a great job of incorporating ethnic influences.

A live with a strong impact sound – this time check Negative Creep, from Nirvana’s historical Bleach‘s, made even cruder and intense, if possible. Or the powerful code of the starting track Mai Per Comando that moves with nonchalanche from metal to the almost ironical main them theme. Egiziaca is the perfect example of the soul of the band: the very tight choral intro leaves space to the equally intense theme of the oriental main riff. After a minute and thirty the atmosphere suddenly becomes rarefied: a balanced solo by Riccardi‘s trumpet, which grows slowly, driven by Giannini‘s interweaving of nervous strumming and the dialogue of the rhythm section: we find ourselves suddenly in the Miles Davis of the most acid and dark of the electric age, the period ’73 -’75 era. The conclusion is a R & B with the harmonica of Di Perri to pull the sprint on the final 4 + 5 rhythm. Before the piece suddenly returns calm and then again powerful.

Slivovitz have the ability to pull and leave, to handle the groove that comes out even more than on the studio recording . Giving more prominence to Giannini’s guitar -real deus ex machina emerging in stage context- to the power of Santangelo‘s solos, as in the funk from the lopsided rhythm of Currywurst: 5 speeded up mins when soloists deliver exhilarating efforts, until guitar arpeggios unveil final coda. There is room for Villari‘s geometric lines on violin. Beneath we hear the initial funk theme played by brasses and harmonica, removed of all its initial violence, almost a remembrance of the potential power, which is finally unified in the ending bars. One of the most exhilarating moments of this live, better LiveR.

Slivovitz
LiveR

1. Mai Per Comando 05:41 (Giannini/Santangelo)
2. Cleopatra 07:37 (Santangelo)
3. Currywurst 07:53 (Giannini)
4. Egiziaca 08:30 (Santangelo)
5. Mani In Faccia 07:53 (Giannini)
6. Negative Creep 05:10 (Cobain)
7. Caldo Bagno 07:50 (Giannini/Manzo)

Markus Reuter feat. Sonar and Tobias Reber – Falling for Ascension [Ronin Rhythm Records 2017]

English version

Su un muro della mia città, peraltro abbastanza coperto dal sole, campeggiava un verso del poeta Paul Eluard, Nulla potrà turbare l’ordine della luce. Mi é rivenuto in mente ascoltando Falling for Ascension di Markus Reuter, con Tobias Reber ed i Sonar. Un lavoro che posiziona l’ascoltatore in un mondo luminescente ed immobile, dove di fatto é lui il protagonista con la sua meditazione. Tutto é pervaso da un equilibrio tra la luce, il suo ordine rappresentato dalla disciplina minimalista, e la stabilità, la protezione dal turbamento dell’estasi e la meditazione.

La storia di Falling for Ascension inizia quando Markus Reuter intorno ai 14 anni compone i temi principali del disco, siamo tra il 1985 ed il 1987, incrociando scale a 12 toni e l’era Discipline dei King Crimson. Il risultato rimane poi nel cassetto fino al 2014, più precisamente al 26 Aprile, quando vengono tirati fuori per la session con il quartetto minimalista svizzero dei Sonar, all’epoca prima della registrazione di Black Light, e l’elettronica di Tobias Reber. A completare la lineup ovviamente la touch guitar di Markus Reuter. Il risultato sono le sei tracce denominate Conditional con il numero progressivo romano, tutte della durata non più di 10 minuti, e l’ipnotica finale Unconditional di 22 minuti.

La prima Conditional I parte da un territorio abituale e non abituale allo stesso tempo: le due chitarre dei Sonar, ovvero Stephan Thelen e Bernhard Wagner, dialogano attorno ad un riff costruito sulla triade di Re maggiore, prima all’unisono poi in fuori fase. Rimane il sound Sonar grezzo e luminiscente delle chitarre pulite che si intrecciano ipnoticamente, ma stavolta calato al di fuori del tritono dissonante che caratterizzano i paesaggi sinistri e ripetitivi del gruppo. Su questo Markus Reuter costruisce un tema ritmicamente alternativo lavorando su intervalli dissonanti. Quando a 4.50 le due chitarre abbandonano la scena, sentiamo tutta la delicata potenza della sezione ritmica ed entra Tobias Reber a lavorare bellissimi intrecci atonali.

Prima di ascoltare Falling for Ascension ho avuto l’idea che ci trovassimo di fronte all’anello di congiunzione di una catena evolutiva. Mettere insieme nello stesso album Sonar, Markus Reuter e Tobias Reber poteva voler dire portare il postminimalismo ad un livello ulteriore. La sensazione é confermata dall’ascolto. Ma é più sorprendente che, in realtà, quest’album é rimasto in ‘cantina’ per almeno tre anni, come racconta Reuter in questa intervista del 2015 su Make Weird Music, forse in attesa del momento giusto. E l’uscita di questo lavoro prodotto dalla Ronin Rhythm Records di Nik Bartsch sembra proprio perfetta in questo momento. Incasellato in un momento cruciale della creatività di Markus Reuter -solo per citare l’ultimo Lighthouse per MoonJune– ed il prossimo lavoro dei Sonar, che uscirà nella primavera del 2018 per RareNoise, con David Torn alla produzione.

Lentamente nel passaggio a Conditional II e Conditional III ci muoviamo da un’ambiente tonale all’atonalità: la seconda traccia é costruita sul movimento di semitoni di un riff di terza minore. Nella terza, quindi, il ritmo rallenta talmente tanto da spostare l’attenzione al soundscape senza meta di Reuter. Si ha l’impressione del movimento a spirale del DNA mentre il moto parallelo e contrario delle chitarre ancora una volta sfrutta tutti e 12 i semitoni della scala.

Come spiega Markus Reuter, il prodotto di questa tracce non é una partitura già scritta, ma un lavoro che ha combinato scrittura a tecniche compositive che richiamano le avanguardie degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso: “Ogni musicista ha avuto la libertà di decidere quando muoversi al passaggio successivo, indipendentemente dagli altri. La scelta é stata limitata al ‘quando’ non al ‘cosa’. C’é una cosa specifica che ti viene richiesta, ma tu puoi decidere quando muoverti al prossimo elemento della serie”. Il riferimento alla partitura di In C di Terry Riley, come di tante opere di minimalismo e non solo é immediato.

C’é un legame profondo tra le tecniche compositive che incorporano l’alea e l’improvvisazione e dall’altra parte i cambiamenti nella musica del secolo scorso innescati da Cage. L’autore perde il legame con la sua opera, dando vita a quella che Michel Imberty chiama creazione paradossale [in Improvvisazione oggi, A, Sbordoni, LIM]: “Non essere l’autore dei propri sogni, sfuggire a sé come soggetto che agisce, crea, compone, questo male-essere come rifiuto dell’ideale romantico del genio creatore nutrisce a poco a poco la parte sempre più grande dell’improvvisazione nella creazione musicale”.

Quello che però nelle avanguardie classiche era un’esplorazione dell’alea, della casualità, da parte del compositore, qui diventa un viaggio a spirale nell’ipnosi. Tutta la musica di Markus Reuter é profondamente influenzata da un approccio psicologico: si ritrova nella trance del suo ultimo lavoro orchestrale, Sun Trance, oppure nel precedente Todmorden-513; nella pratica dei soundscapes d’apertura ai suoi concerti; nelle collaborazioni. E soprattutto nella sua visione musicale -Markus ripete spesso nelle sue interviste che l’uomo é una ‘macchina per riconoscere schemi’. Cifra psicologica che anche Nik Bartsch sottolinea nelle note del lavoro: “Ciò che ascoltiamo é la materializzazione di una mente visionaria astratta che può danzare”.

Ancora mentre ci muoviamo tra Conditional IV e Conditional V perdiamo qualsiasi punto di contatto con il concetto di tonalità e di cadenza. La musica non ha un fine né un obiettivo, ma si trasforma in un labirinto che rivela ad ogni ascolto nuove vie. Conditional VI riprende, ancora più rallentato, il tema della seconda traccia. Gli intrecci sembrano quasi aumentare, il basso di Christian Kuntner si fa più incisivo e segue a ruota la batteria chirurgica di Manuel Pasquinelli. Ci si prepara al rito finale di Unconditional: un riff ipnotico, psichedelico fa aumentare la pressione. Stavolta l’astrattezza cede il passo alla danza rituale, quasi sciamanica.

La dimensione rituale é il punto di contatto tra questo minimalismo lento ed ipnotico e lo zen funk di Nik Bartsch. Ma il protagonista rimane l’ascoltatore, che di fatto rimodella la musica, trattando il lavoro come un’opera aperta, “disegnando l’opera stessa” per riprendere di nuovo le parole di Markus Reuter. Che richiamano ancora una volta quelle di Imberty: “Il compositore crea l’opera non affinché sia, ma affinché resti da fare (…) Questa distruzione del legame tra le opere ed il suo creatore spiega dunque tutta una serie di mutazioni dei ruoli dell’attività musicale (compositore, interprete, ascoltatore) che diventano intercambiabili, non più ruoli che si escludono reciprocamente, ma, secondo  Dider Anzieu, permutabili lungo un cerchio senza fine“. Ancora la spirale.

English version

On a wall in my city, which was often hidden to the sun, there was a line of the poet Paul Eluard, Nothing could disturb the order of light. It came to my mind when I listened to Markus Reuter‘s Falling for Ascension, with Tobias Reber and Sonar band. A work that places the listener in a luminescent and immobile world, where he is the main focus with his meditation. Everything is pervaded by a balance between the light, its order represented by the minimalist discipline, and the stability, the protection from the harm via ecstasy and meditation.

The story of Falling for Ascension begins when Markus Reuter around the age of 14 composes the main themes of the record, we are between 1985 and 1987, crossing 12-tone scales and the King Crimson’s Discipline era. The result then remains unfinished until 2014, more precisely to April 26, when it is recalled for the session with the Swiss minimalist quartet of the Sonar, at the time before their recording of Black Light, and the electronics of Tobias Reber. Markus Reuter’s touch guitar completes the lineup. Enter the six tracks Conditional called with the Roman progressive number, all lasting no more than 10 minutes, and the final hypnotic 22-minute Unconditional.

The initial Conditional I starts from a territory which is common and uncommon at the same time: the Sonar guitars, Stephan Thelen and Bernhard Wagner, start a dialogue around a riff built on a D major triad, first in unison then out of phase. It remains the raw and luminescent Sonar sound made of clean guitars that hypnotically interweave, but this time outside the dissonant triton that characterizes the sinister and repetitive landscapes of the group. Markus Reuter builds a rhythmically alternative theme working on dissonant intervals over this landscape. When at 4.50 the two guitars leave the scene, we hear all the delicate power of the rhythm section and Tobias Reber enters to add beautiful atonal intertwining lines.

Before listening to Falling for Ascension, I had the idea that we were facing the missing link of an evolutionary chain. Putting together Sonar, Markus Reuter and Tobias Reber in the same album could have meant bringing postminimalism to a further level. The feeling is confirmed by listening. But it is more surprising that, in reality, this album has remained in the ‘cellar’ for at least three years, as Reuter tells in this 2015 interview on Make Weird Music, perhaps waiting for the right moment. And the release of this work produced by Nik Bartsch‘s Ronin Rhythm Records seems to fall in the perfect moment now. Pocked at a crucial moment in the creativity of Markus Reuter – just to mention the last Lighthouse for MoonJune – and the next Sonar work, which will be released in the spring of 2018 for RareNoise, produced by David Torn.

Slowly in the transition between Conditional II and Conditional III we move from a tonal environment to atonality: the second track is built on the semitone movement of a minor third riff. In the third one, therefore, the rhythm slows down so much that it shifts attention to the soundscape without Reuter’s goal. The listener has the impression of the spiral movement of the DNA, while the parallel and opposite motion of the guitars exploits all 12 semitones of the scale once again.

As Markus Reuter explains, the product of those tracks is not originated from a score already written, but from a work that has combined writing with compositional techniques that recall the avant-gardes of the ’50s and ’60s of the last century: “Every musician has had the freedom to decide when to move to the next step, regardless of the others The choice was limited to ‘when’ not to ‘what’ There is one specific thing that is required, but you can decide when to move to the next element of the series “. The reference to the score of In C by Terry Riley, as of many works of minimalism and not is immediate.

There is a deep connection between the compositional techniques that incorporate the alea and improvisation and on the other side the changes in the music of the last century triggered by Cage. The author loses the link with his work, giving life to what Michel Imberty calls paradoxical creation [in Improvvisazione oggi, A, Sbordoni, LIM]: “Not to be the author of your dreams, to escape from yourself as a subject that acts , creates, composes, this malaise as a rejection of the romantic ideal of the creative genius nourishes gradually the ever greater part of improvisation in musical creation “.

What in the classical avant-garde was an exploration of the alea, of the randomness, by the composer, here becomes a spiraling journey in hypnosis. Markus Reuter’s music is profoundly influenced by a psychological approach: he finds himself in the trance of his last orchestral work, Sun Trance, or in the previous Todmorden-513; in the practice of opening soundscapes at his concerts; in collaborations. And especially in his musical vision – Markus often repeats in his interviews that human being is a ‘pattern recognition machine’. Psychological aspect that Nik Bartsch emphasizes in the notes of the work: “What we hear is the materialization of an abstract visionary mind that can dance”.

As we move between Conditional IV and Conditional V, we lose any point of contact with the concept of tonality and cadence. Music has not goal, but is transformed into a labyrinth that reveals new ways at each listening. Conditional VI resumes, even more slowly, the theme of the second track. The weaves seem almost to increase, Christian Kuntner’s bass becomes more incisive and closely follows the surgical drumming of Manuel Pasquinelli. This prepares for the final ritual of Unconditional: a hypnotic, psychedelic riff increases the pressure. This time the abstract gives way to the ritual dance, almost shamanic.

The ritual dimension is the point of contact between this slow and hypnotic minimalism and the Nik Bartsch’s zen funk. But the main character is the listener still, who in fact reshapes the music, treating the work as an open work, “drawing the work itself” to resume the words of Markus Reuter again. Those words recall once again those of Imberty: “The composer creates the work not to have it done, but so that remains to be done (…) This destruction of the link between the works and its creator explains therefore a whole series of mutations of roles in musical activity (composer, performer, listener) that become interchangeable, no longer mutually exclusive roles, but, according to Dider Anzieu, permutable along an endless circle“. Still the spiral.

Lorenzo Feliciati – Elevator Man [RareNoise 2017]

ENG
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Il primo piacere che coltivo, quando mi imbatto in un nuovo progetto di Lorenzo Feliciati, é scorrere la lista dei musicisti. La maggior parte delle volte sorrido pensando ad accostamenti di musicisti che ho amato in momenti diversi della mia vita, ma mai avrei pensato di sentirli all’interno della stessa discografia. Così capita di imbattersi nei ritmi angolari di Pat Mastelotto accanto alle linee delicate di Nils Petter Molvaer, nelle geniali soluzioni di batteria di Steve Jansen accanto ad solo estremo di Mattias IA Eklundh, nei paesaggi sonori di Eivind Aarset e subito dopo nel sound viscerale di Bob Mintzer. Prog, sound ECM, jazz norvegese, chitarra ipertecnica, fusion, elettronica. I me di 20 anni, di 25, di 30 e 35 tutti insieme nello stesso posto. Wow!

Elevator Man é il quarto album solista del bassista romano ed il terzo a firma della RareNoise di Giacomo Bruzzo. Un sodalizio che va avanti da anni attraverso progetti molto diversi tra loro. Si passa dall’heavy prog di uno dei migliori album del 2017, Tooth dei Mumpbeak, insieme al tastierista inglese, ma norgevese d’adozione, Roy Powell, che ritroviamo anche in un pezzo di Elevator Man. Prima c’erano stati l’esperimento Naked Truth tra prog, fusion ed elletronica con due mostri sacri dell’avanguardia come Graham Haynes alla tromba e Bill Laswell alla produzione, sempre Roy Powell e  la batteria di Pat Mastelotto; il duo tra ambient, rock ed elettronica di Twinscapes con il bassista ex-Porcupine Tree Colin Edwin; il potentissimo mix di prog e avant rock con la voce di Lorenzo Esposito Fornasari di Berserk! -scorrete in basso per sentire il sampler. Ed al di fuori dei progetti a suo nome seguire Lorenzo é ancora più difficile.

Elevator Man non può essere che un album piacevolmente eterogeneo, pieno di soluzioni che vanno a pescare da un arsenale di stili diversi l’uno dall’altro, un riff alla Weather Report seguito da un soundscape luminescente, poi una ritmica serrata in tempi dispari ed infine un jazz intimo e lirico. Un album che mantiene sempre una forte coesione, merito di un lavoro di scrittura in un tempo circoscritto, tre mesi, e di un grande lavoro di produzione. Un suono levigato da un gran lavoro di mixaggio e mastering insieme ad una scrittura piena di ‘ganci’ per l’ascolto e riff accattivanti. Andate a sentire l’apertura con il pezzo omonimo Elevator Man. Un basso pompatissimo fa da intro perfetta ad uno strumentale prog costruito su poche note che si muovono di semitoni sopra e sotto, creando una sfondo inquietante senza farci smettere di fare headbanging. Il basso colorato da poco effetto, ricco di groove. Il paragone che mi viene é con il Tony Levin di Sleepless, capace di fare le cose più complicate con poche note soltanto.

A differenza del precedente KOI, questa volta Lorenzo ha lavorato su un album non plasmato da un filo conduttore comune, da un concept di fondo. Alla formazione quasi stabile del precedente, ad esempio Steve Jansen quasi sempre alla batteria ed Alessandro Gwis al piano, qui si contrappone la scelta di formazioni diverse per ogni brano. Con il risultato che ognuno dei pezzi si plasma sui musicisti che ospita. Così Brick del trio Mumpbeak dà spazio al trio di fiati di Stan Adams, Pierluigi Bastioli e Duilio Ingrosso, compagni anche nell’Orchestra Operaia di Massimo Nunzi oltre che nel precedente disco solista. Il riff iniziale é molto più potente in questa versione che in quella contenuta in Tooth: su questo il tastierista inglese Roy Powel porta il suono lacerato del suo clavinet, effettato come una chitarra -uno dei segreti della bellezza dei Mumpbeak! Ed alla batteria un chirurgico Chad Wackerman.

Nel seguente 14 Stones, caratterizzato da una marcia funebre sbilenca, nulla sembra più naturale di sentire Pat Mastelotto accanto ad un Cuong Vu, che mantiene la calma anche nei momenti di maggiore frenesia del brano e lascia la tensione salire gradualmente. Mentre Alessandro Gwis, invece, si lascia andare in sottofondo ai confini del pezzo. Lorenzo Feliciati é lo scheletro del brano e non ha la minima smania di esibirsi, a conferma che Elevator Man non é un recital di basso elettrico, ma un album dove ogni pezzo sembra scritto per la sua specifica line-up.

Il soundscape onirico di Black Book, Red Letters sembra uscito da un album di Nils Petter Molvaer: il dialogo tra la tromba di Claudio Corvini ed il sax di Sandro Satta é pieno di lirismo e di delicatezza, fino all’estatica coda finale costruita su un accordo ripetuto all’estremo.

Lorenzo utilizza un sound abbastanza inconfondibile, sempre grosso e presente, mai infangato, colorato il giusto da chorus ed effetti: insomma, ascoltarlo é sempre un piacere. Jaco Pastorius é il punto di riferimento che lo ha spinto, dopo aver visto l’ultimo tour dei Weather Report con lui al basso a Roma nel 1980, ad imbracciare lo strumento. Influenza che sento tanto in questo suono sempre ricco di potenza, ma dolce e leggermente flautato. Ma anche in tanti fill dal sapore Weather Report sparsi nel disco.

Le influenze fusion anni ’80 sono ad esempio alla base del giro iniziale di Unchained Houdini (dove il suono secco scelto per il basso stavolta va a pescare dalla mia memoria tale Andy Ramirez, oscuro bassista sull’album Parallax del chitarrista Greg Howe!). Per poi proseguire in un tempo dispari decisamente heavy dal sapore più prog. Un disco che abbonda di cambi di tempo e di stile, come in Thief Like Me che si apre con una sezione pulsante new wave, per poi diventare funk. Quindi, Aidan Zammit costruisce una lunga progressione di cambi che non mettono minimamente a disagio Marco Sfogli, il quale libera un solo di gran mestiere e tiro. Prima di una outro zawinuliana.

Ancora decisamente prog é il 9/8 di apertura di S.O.S., con ancora un solo tiratissimo di uno shredder come Mattias IA Eklundh. A conferma che accanto a musicisti che lavorano meno sulla tecnica strumentale, non abbiamo il minimo problema a vedere Lorenzo accanto a chitarristi ipertecnici, come ad esempio Alessandro Benvenuti, con cui condivide un trio attualmente, oppure a Fabio Cerrone dei Virtual Dream, con i quali aveva suonato in una edizione precedente del festival prog romano Progressivamente.

Elevator Man sembra tutto fuorchè l’album di un musicista che vuole far vedere come sa suonare uno strumento.  La scrittura del disco é sempre sopra le parti, equilibra idee accattivanti accanto a soluzioni di ricerca, mescola sempre più stili contemporaneamente, stimola l’ascoltatore ad andare in più posti. Il tutto arrangiato ad altissimi livelli.

English version

Whenever I run into a new project by Lorenzo Feliciati , first thing I do is to dig into the list of musicians. And I smile thinking of combinations of musicians that I have loved in different moments of my life, but I would never have thought to hear them in the same context. So it happens to run into the angular rhythms of Pat Mastelotto next to the delicate lines of NilsPetter Molvaer , in the inventive drumming of Steve Jansen alongside only the extreme of Mattias IA Eklundh , in the soundscapes of Eivind Aarset and soon after in Bob Mintzer’s visceral voice . Prog, ECM sound, norwegian jazz, hyper-technical guitar, fusion, electronics. The myselfs of the 20s, of the 25s, of the 30s and the 35s all together in the same place. Wow!
Elevator Man is the fourth solo album of the roman bassist and the third one signed by Giacomo Bruzzo’s RareNoise . A partnership that has been going on for years through very different projects. It spans from Mumpbeaks’s Tooth heavy prog, easily one of best albums I’ve listened to in 2017, along with the Norgevese-but-English-born keyboard master Roy Powell, whom is also joining Elevator Man. Earlier appearing in Naked Truth’s mixture of prog, fusion and electronic with two sacred vanguard monsters like Graham Haynes on trumpet and Bill Laswell on production, joined again by Roy Powell and Pat Mastelotto’s drums; not to forget the twinscapes ambient, rock and electronic duo with former Porcupine bassist Colin Edwin; or the powerful mix of prog and avant rock with the voice of Lorenzo Esposito Fornasari on Berserk! – Scroll down to hear the sampler. And outside of the projects signed at his name, to follow Lorenzo is even more difficult.
Elevator Man is simply a pleasantly heterogeneous album, full of solutions that go to uncover from an arsenal of styles different from each other, a riff at the Weather Report followed by a luminescent soundscape, then a rhythm in odd times and finally, an then a lyrical jazz. An album that always maintains a strong cohesion, thanks to has been set up in a limited time, three months, and a great production work. A sound smoothed by a great job of mixing and mastering together with a writing full of ‘hooks’ for listening and catchy riffs. Go and hear the opening with the homonymous piece Elevator Man. A pumped bass makes perfect intro to an instrumental prog built on a few notes that move in semitones above and below, creating a disturbing background without making us stop headbanging. The low-colored bass effect, rich in groove. The comparison is easy with Tony Levin’s Sleepless and his skills to do the most with few.
Unlike the previous KOI , this time Lorenzo has worked on an album not shaped by a common thread, by a basic concept. The almost stable formation of the previous one, for example Steve Jansen almost always on drums and Alessandro Gwis on the piano, here contrasts with the choice of different formations for each piece. With the result that each piece is molded on the musicians it hosts. Thus Brick of the Mumpbeak trio gives space to the wind trio of Stan Adams , Pierluigi Bastioli and Duilio Ingrosso , comrades also in the Operaia Orchestra by Massimo Nunzi as well as on the previous solo album . The initial riff is much more powerful in this version than in the one contained in Tooth : on this the English keyboard player Roy Powel brings the lacerated sound of his clavinet, made like a guitar – one of the secrets of the beauty of Mumpbeak ! And to the battery a surgical ChadWackerman .
In the following 14 Stones , characterized by a lopsided funeral march, nothing seems more natural to feel Pat Mastelotto next to a Cuong Vu, which maintains calm even in the moments of greatest frenzy of the song and leaves the tension gradually rise. Whereas Alessandro Gwis , on the other hand, lets himself go in the background at the edge of the piece. Lorenzo Feliciati is the skeleton of the song and has not the slightest desire to perform, confirming that Elevator Man is not an electric bass recital, but an album where each piece seems written for its specific line-up.
The dreamlike soundscape of Black Book, Red Letters seems to come out from an album by Nils Petter Molvaer : the dialogue between the trumpet of ClaudioCorvini and the sax of Sandro Satta is full of lyricism and delicacy, until the final tail end built on a agreement repeated to the extreme.
Lorenzo uses a quite unmistakable sound, always big and present, never muddied, colored the right chorus and effects: in short, listening to it is always a pleasure.Jaco Pastorius is the reference point that pushed him, after seeing the last tour of the Weather Report with him at the bass in Rome in 1980, to take up the instrument. Influence I feel so much in this sound always full of power, but sweet and slightly fluted. But also in many fill with the Weather Report flavor scattered in the disc.
For example, the 80s fusion influences are at the base of the initial round of Unchained Houdini (where the dry sound chosen for the bass this time goes to draw from my memory such Andy Ramirez, obscure bassist on the Parallax album by guitarist Greg Howe !). And then continue in an odd, decidedly heavy time with more prog flavor. A disc that abounds with changes of time and style, as in Thief Like Me that opens with a new wave button section, and then becomes funk. So, Aidan Zammit builds a long progression of changes that do not put Marco Sfogliin the slightest discomfort , which frees one of a great craft and shot. Before a zawinuliana outro.
Still very prog is the 9/8 opening of SOS , with yet only one pullatissimo of a shredder like Mattias IA Eklundh . To confirm that next to musicians who work less on the instrumental technique, we do not have the slightest problem to see Lorenzo next to hyper-technical guitarists, such as Alessandro Benvenuti, with whom he shares a trio currently, or to Fabio Cerrone of Virtual Dream , with whom had played in a previous edition of the Roman prog festival Progressively .
Elevator Man seems anything but a musician’s album that wants to show how he can play an instrument. The writing of the disc is always above the parts, balances appealing ideas next to research solutions, it mixes more and more styles at the same time, it stimulates the listener to go in more places. All arranged at the highest levels.

Wingfield Reuter Sirkis – Lighthouse [MoonJune 2017]

“Nell’improvvisazione di gruppo si viene a creare un’intimità che richiede, man a mano che si sviluppa, una specie di resa” Derek Bailey, Improvisation

Derek Bailey utilizza la parola resa per spiegare cosa succede all’interno di quella tribù temporanea, che é un gruppo di musicisti che suonano senza uno spartito davanti, quando un musicista interagisce con gli altri. Ogni musicista lascia andare una parte di sè, lascia uno spazio agli altri/al tutto e permette, quasi seguendo una convenzione sociale, di creare l’ordine superiore della magia dell’improvvisazione. Rileggendo queste parole ed ascoltando Lighthouse allo stesso tempo ho il problema di capire esattamente chi tra Wingfield, Reuter e Sirkis, abbia rinunciato a cosa, tanto sembra che tutti e tre, invece, abbiano aggiunto qualcosa a loro stessi.

Nel Febbraio del 2016 Leonardo Pavkovic, deus ex machina e produttore con l’etichetta MoonJune, riunisce il chitarrista Mark Wingfield, il touch guitarist Markus Reuter ed il batterista Asaf Sirkis in Catalogna, presso La Casa Murada, un castello dell’11esimo secolo riadibito a studio di registrazione. Non ci sono spartiti, ma solo idee di base scambiate via mail tra Wingfield e Reuter su come creare le improvvisazioni nell’arco di un paio di giorni. A questo punto della storia i due hanno mai suonati insieme, mentre Wingfield e Sirkis si sono già incontrati in Proof of Light, primo lavoro del chitarrista inglese per la MoonJune del 2015. Nella session che ne nasce verranno prodotti tre album, di cui Lighthouse é il secondo uscito in ordine di tempo dopo The Stone House uscito a Febbraio di quest’anno. A differenza dell’album gemello il materiale proviene dal 18 Febbraio, ovvero il giorno precedente alle registrazioni di The Stone House, e non ha la presenza del quarto elemento Yaron Stavi. Il bassista israeliano, partner di lunga data con Asaf Sirkis, arriva last minute quando già i tre hanno già prodotto il materiale che andrà a comporre Lighthouse, grazie ad un buco nella sua agenda. Di fatto arriva nello studio senza prove, ed il risultato é un lavoro totalmente improvvisato di altissima ispirazione pur con così pochi minuti di rodaggio alle spalle.

Lighthouse é il flashback a quello che era successo nella giornata precedente. Mi colpisce che il materiale non perda il minimo fascino rispetto al disco “cugino”. E’ un lavoro diverso, non solo ovviamente per la differenza di organico, ma per il contenuto narrativo. L’ispirazione nelle improvvisazioni é al massimo, ogni pezzo dimostra una densità narrativa altissima, crea un percorso, un’evoluzione. Ognuno sembra avere idee da buttare nella mischia che non finiscono mai dando vita a 7 tracce capaci di spaziare attraverso ambiti ritmi tirati prog, soundscapes, riff tonali ed atonali, strutturati e destrutturati: é davvero difficile immaginare non ci sia della scrittura alla base.

Mark Wingfield ha un background che definire sfaccettato forse é anche limitante. Ha prestato la chitarra in lavori che hanno incluso Peter Gabriel, Ian Ballamy, Dwiki Dharmawan, Jeremy Stacey, Thomas Stronen. Accanto a questo porta avanti l’attività come solista, dietro il bancone del mixer, come insegnante ed anche come compositore di musica contemporanea, nell’ambito della quale ha visto le sue opere suonate in alcune dei più importanti teatri europei. Ha alle spalle un numero consistente di dischi solisti che potrebbero essere catalogati forzatamente nella fusion solista, ma anche nel jazz trio, nel prog, nella musica etnica. Mark é un avido ascoltatore e collezionista di musica proveniente da Africa ed Asia.

La sua chitarra parte dall’influenza dei chitarristi fusion. Poi, come racconta nell’intervista ad Anil Prasad su Innerviews, ha cambiato strada: “Qualche anno fa ho deciso di non ascoltare più lavori di chitarristi. E’ stata una scelta dolorosa, ma sentivo che era necessario. La ragione era che ascoltavo grandi chitarristi come Pat Metheny o Allan Holdsworth e poi prendevo in mano la chitarra e mi ritrovavo a suonare come loro. Non era quello che volevo. Non ho ascoltato chitarristi per un po’ di tempo, ma altri strumenti”. Partendo da John Coltrane, Miles Davis, Keith Jarrett ed arrivando ai cantanti K.D. Lang, Nusrat Fateh Ali Kha, Betty Carter e la musica indiana, turca, africana. Questa filosofia é una chiave di lettura per capire le referenze nel suo playing: l’utilizzo ricco di sfumature della whammy bar per riprodurre un cantato naturale, gli accordi sovraimposti l’uno a l’altro a simulare l’estensione del pianoforte, oppure il robusto processamento del suono della chitarra a riprodurre le sfumature nel registro più alto di un sassofono o di una tromba.

Subito in Zinc abbiamo un assaggio della tecnologia alle spalle di Reuter e Wingfield: quest’ultimo apre con un riff modale scurissimo, raddoppiato dal pitch shifter. Entrano Reuter, con un muro di accordi black, e Sirkis con un mid-tempo che piacerebbe a Pat Mastelotto. Wingfield costruisce un solo, senza alcuna cadenza, senza vere e proprie frasi, spesso rimanendo su una nota, tirandola all’estremo, processandola, sostenendola per lunghissimo tempo grazie all’uso di un sustainer aggiunto alla sua chitarra. Il suono della chitarra sembra la tromba di Nils Petter Molvaer. Il tutto mentre sotto, sfruttando i loop del Roland VG 88 attraverso un Mac, pianta un accordo pieno di diminuite che funge da soundscape immobile per tutto il brano.

L’improvvisazione totale di gruppo ha una storia anche al di fuori del jazz più tradizionale, differentemente da quanto spesso si pensa. Ascoltando Lighthouse i riferimenti che mi vengono in mente sono tanti progetti anni ’90, su tutti i due album di Bozzio Levin e Stevens. Ma qui hanno un approccio diverso all’improvvisazione. Lì c’era la necessità di sviluppare un riff dopo l’altro, costruire una narrativa tematica, creare una sottostruttura da sonata. Qui é prima di tutto l’improvvisazione che regna sovrana, ogni sfumatura porta ad una reazione degli altri componenti, attraverso un armamentario di sfumature -e di controllo su queste sfumature, pensando all’elettronica impiegata- impensabile in tanti gruppi jazz. L’esempio allora più vicino é quello dei vertici dei ProjeKcts e di un approccio all’improvvisazione totale elettrica.

Wingfield racconta come é nato il lavoro: “Prima delle sessioni io e Markus abbiamo discusso un approccio alla musica, decidendo che volevamo creare un lavoro largamente improvvisato, sfruttando regole o strutture algoritmiche come forme di composizione. Alcune erano regole piuttosto semplici. Altre indicavano specifiche note, se non addirittura l’ordine o la struttura ritmica in cui volevamo suonare. Altre erano rappresentazioni grafiche che indicavano come la musica si sarebbe formata ed evoluta. Tutte le progressioni, le melodie, le figure musicali e le parti ritmiche sarebbero state improvvisate, nessuna scritta in anticipo. Alcune tracce sono iniziate da una regola oppure da uno schizzo -per esempio, un pezzo che inizia con molto spazio, e poi diventa veramente denso prima di ritornare ad un approccio più spaziale- ma dopo una trentina di secondi che avevamo iniziato a suonare, abbiamo capito che era un problema di ascoltarci a vicenda e reagire al momento. La nostra discussione a proposito di regole e strutture ha giocato un ruolo importante nel preparare i presupposti, anche se poi alla fine non li abbiamo utilizzati poi tanto: non penso che senza quelle discussioni la musica avrebbe preso la forma che ha poi effettivamente avuto”.

Strutture che si vedono nella seconda traccia, Derecho. Ancora una volta Reuter é alla parte ritmica: stavolta con un riff indiavolato in 7/8. Sirkis non ha problemi a seguirlo, con i piatti in 7, mentre il rullante prosegue a volte in 7, in 9 -altre volte sembrerebbe in 15, ma é davvero difficile leggere le poliritmie del batterista israeliano. Un muro sul quale Wingfield costruisce un solo che parte con una meravigliosa frase di quattro note, capace di costruire subito un mood indecifrabile. Poi continua con whammy bar -ricorda l’uso che ne fa Nguyen Le- processamenti e riverberi a far ululare la chitarra nel registro più alto. A questo punto entra anche Reuter con una breve coda atonale. Il finale é tutto per il solo di Sirkis sulle chitarre slabbrate e su un acuto irreale, sembra quasi un sassofono, di Wingfield.

Markus Reuter, per motivi strutturali legati alla sua touch guitar, é più dedito alle parti di accompagnamento in Lighthouse di quanto non lo fosse nella session con Yaron Stavi in aggiunta di The Stone House. Questo strumento é stato sviluppato da Reuter stesso, partendo dall’idea del Chapman stick, di uno strumento suonato con il tapping e che avesse un’estensione di registro tra chitarra e basso. Ma questa é solo una delle attività che Reuter ha perseguito. Dopo aver frequentato i Guitar Craft tenuti da Robert Fripp, ha continuato a rimanere nell’universo dei King Crimson attraverso le collaborazioni con Trey Gunn, Pat Mastelotto (nei Tuner, poi TU), con Levin e Mastelotto negli Stick Men e con i Crimson ProjeKCt, il gruppo con Adrian Belew che ha riproposto il repertorio prima della attuale reunion dei Crimson.

Accanto, però, alle influenze derivate dallo stile di Gunn e di Levin sullo stick e Warr guitars, il musicista tedesco ha aggiunto un bagaglio differente, flessibile a seconda delle varie collaborazioni, come ad esempio i soundscapes del duo Centrozoon, oppure le improvvisazioni totali con Tim Motzer. Accanto all’improvvisazione, allo sviluppo di strumenti, Reuter ha sviluppato un corso di Psicologia della Creatività nel 2007, ha creato una sua etichetta ed ha praticato anche la composizione di opere orchestrali -come in Todmorden-513.

Mettere insieme due mondi contrapposti come composizione richiede una visione forte dietro la musica. “Gli esseri umani sono macchine per riconoscere patterns”, é un principio guida che ripete frequentemente. Fa riflettere rileggerlo e poi risentire le stimolazioni reciproche -la lettura di pattern improvvisativi?- con gli altri due musicisti in Lighthouse.

Ghost Light é il mio personale prezzo del biglietto, il pezzo che riesce a muovermi di più dell’album. Difficile resistere alle citazioni del Terje Rypdal di Odyssey -mi riviene in mente Adagio. Markus Reuter piazza una progressione al soundscape che davvero sarebbe difficile non sentire influenzata dal chitarrista norvegese. E Wingfield si muove cantando con spaziosità su questo tappeto. Sentite ad 1.44 una scaletta ascendente con il suono molto pulito, difficile non ricordare tanti soli appunto di Rypdal. Man a mano che la progressione sembra virare senza un centro tonale su territori più inaspettati, Wingfield continua con il suo solo. E Sirkis gioca, soprattutto sui piatti, con un suono scintillante -ancora riferimenti ad un sound ECM- e su brevi ed occasionali rullate. Il solo alla fine si sfalda in note tirate ed allungate fino a lasciare Reuter accennare a brevi accordi. Un ticchettio appena in sottofondo prima che Sirkis ritorni con qualche breve rullata. La touch guitar riprende una progressione più organica, struggente, su cui va in sintonia Wingfield alla melodia e Sirkis con i piatti. Nel finale il soundscape é diventato aggressivissimo, una fiammata che si stempera lentamente sotto accenni lirici di Wingfield.

Transverse Wave é costruita su un moto contrario e parallelo che ricorda molto da vicino Light ConstruKction dei ProjeKct Three e che fa capire ancora una volta l’alto livello di intesa dei tre. Come anche la chiusura di Surge, aperta da un riff prog atonale di Wingfield su un tempo abbastanza sostenuto, che poi sfocia in un finale caotico, veloce e densissimo sia a livello di suoni che di tempi.

In definitiva, Lighthouse é un disco che suona in maniera stupenda -si sente il lavoro di postproduzione di Mark Wingfield- prodotto da tre musicisti capaci di piegarsi alla disciplina dell’improvvisazione in maniera incredibile.

Wingfield, Reuter, Sirkis

Lighthouse

Mark Wingfield – chitarra

Markus Reuter – Touch Guitar

Asaf Sirkis – batteria

  1. Zinc
  2. Derecho
  3. Ghost Light
  4. Magnetic
  5. A Hand in the Dark
  6. Transverse Wave
  7. Surge

MoonJun MJR088

Mark Wingfield:

http://www.markwingfield.com

http://www.innerviews.org/inner/wingfield.html

http://www.innerviews.org/inner/wingfield2.html

Markus Reuter:

http://www.markusreuter.com/

http://www.innerviews.org/inner/reuter.html

http://www.innerviews.org/inner/reuter2.html

Asaf Sirkis:

https://www.asafsirkis.com/