Empyrean Atlas – Inner Circle [2014]

photo by Katherine Helen Fisher

A leggere il curriculum degli Empyrean Atlas si prova una certa soggezione: i cinque newyorchesi hanno lavorato con Steve Reich, Philip Glass, Tim Berne, Steve Coleman e Antibalas Afrobeat, ma ne ho citati solo alcuni sul loro sito. Parte della storia già si racconta qua, l’altra metà é mischiare genialmente minimalismo e afrobeat già citati, con math rock pulito, poliritmie.

David Crowell é la mente che  compone e dirige 3 chitarre, basso batteria strumentali. Intricati contrappunti in pulito, nascosti sotto melodie piacevoli e suadenti ripetute in loop come in Coming Home, oppure sotto le quali nasce un groove afro -Antibalas, già l’avete letto sopra- che nella title track Inner Circle diventa un rock mainstream piacevole e ballabile. Cynthia é un quasi waltz costruito tutto sul pulito, una specie di ballad avvolgente. Un riff math rock apre Girdwood -ma qui l’evoluzione é decisamente fuori dai ritmi indiavolati hardcore del genere. Anzi i layer di suono sovrapposti sembrano quasi un Mogwai minimale.

Ascoltando anche il primo album del 2013, sembra sempre più marcata un’evoluzione che parte delle origini afro e minimaliste -che poi sarebbe da discutere dove stanno le differenze, visti i viaggi prima dell’iniziazione sulla via dell’Africa di Reich- ed arriva ad un sound facile ed orecchiabile. Semplicemente, qui sono trasposte in un rock facile, quasi da radio anni 2000.

DA ASCOLTARE INSIEME A: Antibalas Afrobeat Orchestra, Steve Reich (più che Philip Glass), The Cellar Point, e poi SONAR se proprio volete passare al Lato Oscuro della Forza

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Lapis Lazuli – Alien/Abra cadaver [2014]

Scoperti per caso -anzi per errore, visto che cercavo i francesi Lazuli- su Progressive Aspect, gli inglesi Lapis Lazuli vengono da Canterbury sia musicalmente che praticamente anche geograficamente.

La lunga suite Alien che é il centro del disco Alien/Abra Cadaver é già dalle prime note un mix di jazzrock anni 70, space rock alla Gong, stacchi prog ed il sound surreale alla Hatfield & the North. Le chitarre dialogano costantemente creando sempre nuovi temi con il sax. E poi si dilaga facilmente anche nel disco sound, nei ritmi braziliani -soprattutto nei 25 minuti di Abra Cadaver- nel dub, nel caraibico e nel funk. Tutto il disco é pervaso da un costante senso di live e presa diretta, nonostante il dialogo tra i vari membri dell’orchestra é guidato da una scrittura attenta ed articolata.