Andromeda Mega Express Orchestra – Vula [Alien Transistor 2017]

English version

Il compositore Gustav Mahler diceva che la Sinfonia doveva essere come il mondo, doveva includere tutto. Ora, mentre il mondo di Mahler arrivava fino a Brahms (nessuna diminutio per carità), pensare la stessa massima oggi significa includere tutto, ma proprio tutto eh. Quindi: classica contemporanea, jazz, big band, ma anche sigle dei cartoni della Warner Bros o dei film anni ’60, musica techno, heavy metal, progressive rock, rock’n’roll, afrobeat. Il pastiche perfetto postmoderno, ma mai fine a se stesso. Ecco a voi, gli Andromeda Mega Express Orchestra.

Vula, uscito nel 2017 per Alien Transistor dopo una preparazione di cinque anni, é il quarto lavoro per questa orchestra di 18 elementi, ottoni, archi, vibrafono, chitarra, batteria, synth. E’ guidata da Daniel Glatzel, che é anche compositore principale dei pezzi della band. Musicisti che provengono da un panorama quanto mai variegato, si passa dall’Ensemble Intercontemporain alla Tony Allen’s Afrobeat, a Kenny Wheeler, al barocco. Ma anche Hermeto Pascoal, con cui hanno lavorato dal vivo lo scorso anno. Formati nel 2006, hanno acquisito una lineup via via più stabile ed un sound molto contraddistinto, nonostante le molteplici influenze.

La partenza dell’album già é un manifesto dell’estetica dell’orchestra: una breve parentesi free lascia spazio ai turbinanti 13 minuti di In Light of the Turmoil, dove succede di tutto. Un accordo sul vibrafono apre la strada alla batteria che con un ritmo sostenuto porta subito la maggior parte dei temi del brano che si intrecciano fra loro in una riepilogazione da forma-sonata. Un giro con i fiati in evidenza che sembra uscito da un film anni ’60 lascia il posto ad uno scuro tema sulla pentatonica sui bassi, poi moduliamo temporaneamente ad altri accordi mentre sotto la chitarra porta un delizioso rock’n’roll. Brevi pause e poi i temi ricominciano ad intrecciarsi tra stacchi tirati e cambi di tempo prima del ritorno del tema della pentatonica sugli archi, debitamente rivisitato, ampliato, storto. Sono passati neanche cinque minuti ed In Light of Turmoil fa vedere già un’orchestrazione scintillante, esaltante, feroce, tirata. Quando si é sul punto di gridare all’esagerazione ci si tiene. Quando si é sul punto di protestare per le troppe citazioni, ne arriva un’altra più bella.

La parola Vula deriva dal Tumbuka, parlato nel Malawi dove gli AMEO hanno avuto occasione di lavorare, ed é utilizzata per indicare le tempeste. Un concetto che attraversa tutto l’album, ma in particolare in In Light of Turmoil. Dopo la pausa centrale guidata dal piano attorno ai cinque minuti, l’esaltazione per le turbinazioni dei venti non sono terminate. Il tempo per prendere fiato e la seconda parte é ancora più devastante. Il rock’n’roll si fa sempre più teso ed intricato fino a che tutti gli strumenti convergono su un accordo di Sol. Un breve stacco e poi il punto culminante con tutta l’orchestra sull’accordo in fortissimo. Un momento che vale il prezzo del biglietto, mentre la placida coda riprende prima la parte di quiete attorno ai cinque minuti, poi i temi iniziali, debitamente rallentati e spogliati della loro potenza.

E’ un momento esaltante per le orchestre che sperimentano a cavallo di generi tra loro distantissimi. Cercando di evitare il più possibili generalizzazioni forzate, ad ascoltare gli AMEO insieme alle recenti esperienze di Darcy James Argue’s Secret Society e Nathan Parker Smith fa trovare tanti punti in comune, più che di influenze, di visione e di manipolazione dell’orchestrazione. A cavallo tra la tradizione jazz, che dopo la Maria Schneider Orchestra negli anni ’90 ha ritrovato interesse, ed ensemble di classica contemporanea.

Ma il gioco delle citazioni può partire anche da più lontano: dai Naked City di John Zorn, attraverso il Frank Zappa di Yellow Shark, o addirittura la scuola di canterbury e le sconosciute orchestre prog contemporanee -riporto giusto per il gusto della citazione due esempi come i francesi Camembert e gli italiani Breznev Fun Club.

La terza traccia Lakta Makta Ha inizia con una orchestrazione delicata che richiama la Maria Schneider Orchestra ed un tema discendente che porta prima ad un assolo di tromba ed poi ad una costante variazione del tema iniziale, che si adagia lentamente per circa 10 minuti. Gli AMEO sono passati da pezzi in cui c’é una scrittura forte, ad altri più free; hanno lavorato fortemente in studio, come nell’album Bum bum, oppure più dal vivo, come nel lavoro precedente a questo. Vula é il lavoro che esprime l’equilibrio migliore tra post produzione dello studio e spontaneità del live. Come nell’impronunciabile quarta traccia qwetoipntv vjadfklvjieop, ovvero una improvvisazione tra avanguardia classica e jazz fatta di urla lancinanti, linee cromatiche in un ambiente atonale e di strumenti che dialogano su brevi inserimenti registrati di orchestra.

Prima che J Schleia riprenda l’intricatissima orchestrazione della seconda traccia. Si inizia con un afrobeat degno di Tony Allen con tempi ingannevoli e tagliati mentre chitarra, archi, ottoni e synth si alternano in un botta e risposta per tutto il pezzo. Il solo del sax di Glatzel che dialoga con le linee acide del synth porta alla calma -si fa per dire- della seconda parte, nella quale il contrappunto bachiano dell’orchestra rivisita il tema.

In Vula c’é rigorosamente tutto come nella sinfonia mahleriana. Ma l’attenzione non é mai all’aspetto postmoderno della citazione, quanto alla montagna di idee divertenti all’orecchio, coinvolgenti per l’ascolto che non fanno mai rimanere fermi.

Andromeda Mega Express Orchestra
Vula

1 Vula
2 In the Light of Turmoil
3 Lakta Mata Ha
4 Qwetoipntv Vjadfklvjieop
5 Interlude
6 J. Schleia
7 Papaya Flyers IX Epsylon

64.21

English version

Composer Gustav Mahler said that a Symphony had to be like the world, it had to include everything. Now, after Mahler’s world included no longer than Brahms (no reduction intended), if you take a glance at this statement today, it means to include everything, meaning really everything! So: classical contemporary, jazz, big band, but also Warner Bros’ cartoon soundtracks as well as 60s movies, not forgetting techno music, heavy metal, progressive rock, rock’n’roll, afrobeat. A truly postmodern pastiche, however never an end in itself. Enter the Andromeda Mega Express Orchestra.

Vula, released in 2017 for Alien Transistor after a five-year preparation, is the fourth work by this 18-piece orchestra, which includes brass, strings, vibraphone, guitar, drums, synths. It is led by Daniel Glatzel, who is accidentally also the main composer of the pieces. Musicians who come from a multiple background, ranging from Ensemble Intercontemporain to Tony Allen’s Afrobeat, to Kenny Wheeler, to the Baroque. But also Hermeto Pascoal, with whom they worked live last year. Formed in 2006, they acquired gradually a stable line-up and a very distinguished sound, despite the multiple influences.

The start of the album is already a manifesto of the aesthetics: a short free parenthesis gives way to the turbulent 13 minutes of In Light of the Turmoil, where everything happens. An intro on the vibraphone opens the way to the drums. With a sustained rhythm immediately paves the road for the majority of the themes of the piece intertwined with each other in a sonata-form recapitulation. A swirling soundtrack that seems to come out of a 60s film gives way to a dark pentatonic theme on the bass, then temporarily modulating to other chords while underneath guitar brings a delicious rock’n’roll. Short breaks and then the themes start to intertwine between drawn deadlifts and changes of time before the return of the main pentatonic theme on the strings, duly revisited, enlarged, crooked. Five minutes have passed and In Light of Turmoil already shows a sparkling, thrilling, fierce, tugged orchestration. The listener is holding when is about to cry out for the exaggeration. When is about to protest over too many quotations, another more beautiful one arrives.

The word Vula comes from the Tumbuka language, spoken in Malawi, where AMEO have had the opportunity to work, and is used to indicate storms. A concept that runs through the whole album, but specifically in In Light of Turmoil. After the central break, lead by piano around five minutes, the elation for whirling winds is not finished. Time to take a breath and the second part is even more aggressive. The rock’n’roll gets more and more tense and intricate until all the instruments converge on a G chord. A brief staccato and then the climax with the whole orchestra on the chord in fortissimo. A moment worth paying the price of the ticket, while the placid coda first takes back the quiet part we heard around five minutes, then the initial themes, duly slowed down and stripped of their power.

It is an exciting moment for those orchestras that experiment on the verge of multiple genres. Trying not to apply general categories where not applicable, but when listening to AMEOs along with the recent experiences of Darcy James Argue’s Secret Society and Nathan Parker Smith reveals many common ideas, rather than mentioning influences, more about the vision and manipulation of the orchestration. Straddling the jazz tradition, which after the Maria Schneider Orchestra in the 90s has gained back interest, and contemporary classical ensemble.

But the game of quoting can start even from different orizons: from John Zorn‘s Naked City, through the Yellow Shark’s Frank Zappa, or even the canterbury school and the unknown contemporary prog orchestras – just an exercise of quoting, two examples like the French Camembert and the Italians Breznev Fun Club.

[bandcamp: shortcode must include 'track', 'album', or 'video' param]

The third track Lakta Makta Ha begins with a delicate orchestration that recalls the Maria Schneider Orchestra and a descending theme that leads first to a trumpet solo and then to a repeated variation of the initial theme, which slowly settles for about 10 minutes. AMEOs have gone through pieces in which there is a strong writing, to others more free-oriented; they worked hard in the studio, as in the Bum bum album, or more live, as in the previous work. Vula is the work that expresses the best balance between post-production of the studio and spontaneity of the live. As in the -unpronounceable- fourth track qwetoipntv vjadfklvjieop, an improvisation between classical avant-garde and jazz made of excruciating screams, chromatic lines in an atonal environment and of instruments that interact above short recorded additions of orchestra pieces.

Finally J Schleia takes back the intricately orchestrated style envisioned in the second track. It starts with a Tony Allen-style afrobeat, moving with misleading and truncated signatures while guitar, strings, brass and synth alternate in an interaction for the whole piece. Glatzel’s sax solo dialogues with the acidic lines of the synth leads until the calm mood – as it were possible – of the second part, in which the Bachian counterpoint of the orchestra revisits the theme.

In Vula there is strictly everything as in the Mahlerian symphony. But the focus is never on the postmodern aspect of the quotation, but on the amount of funny ideas soothing the ear and engaging the listener, never make allowing it to stand still.

Andromeda Mega Express Orchestra
Vula

1 Vula
2 In the Light of Turmoil
3 Lakta Mata Ha
4 Qwetoipntv Vjadfklvjieop
5 Interlude
6 J. Schleia
7 Papaya Flyers IX Epsylon

64.21

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New cool e indie classical

Due articoli davvero succosi, quasi in contemporanea, danno uno sguardo sulle nuove tendenze nel jazz e nella classica contemporanea. Nel New cool del The Guardian si parte dal successo di Kendrick Lamar e Kamasi Washington, diventati due casi jazz del 2015, per capire come una nuova generazione di musicisti sta mischiando le carte tra hip hop e linguaggio jazz.

Altrettanto sta avvenendo nella classica contemporaneo: le commistioni non sono neanche qui una novità, ma quello che differenzia la generazione dell’Indie Classical raccontata su VAN Magazine dalle generazioni di serialisti, minimalisti, spettralisti e chi più ne ha più ne metta, é l’essere usciti definitivamente dalla sala da concerto per approdare ai bar ed ai lounge. Ok, lo  faceva anche Philip Glass. Eppure questa generazione capitatana da Nico Muhly e Missy Mazzoli, da ragazzi ampiamente nei 30, viene descritta da William Robin come un punto di rottura feroce rispetto al passato, sia in termini di pubblico che di modalità compositive. Un punto di rottura favorito dalle teconologie, che non potrebbe ricapitare in futuro.

John Adams – Scheherazade 2.0

Nell’epoca delle reunion dei simpatici vecchietti rocchettari che dominano il palco come se quarant’anni non fossero passati, é davvero buffo notare come nel mondo della musica classica/ contemporanea, invece, il parterre di compositori si stia decisamente ringiovanendo. Segno dei tempi. Ma senza esagerare visto che le notizie rimangono sempre focalizzate sugli 80 anni di Steve Reich celebrati quest’anno. Ed al massimo su John Adams, capace come pochi altri compositori di generare interesse per ogni sua opera.

Ma dove lo trovate una simpatica testa bianca, dalla faccia divertente, compiaciuta di tutti i casini che nella sua vita é riuscito a creare con le sue opere come John Adams? Da Nixon in China a The Death of Klinghoffer ha sempre portato tanto gente ad ascoltarlo non fosse per le polemiche suscitate dalle sue opere, sempre capaci di prendere a prestito dalla storia contemporanea.


Scheherazade 2.0
in uscita per Nonesuch proprio oggi, rivela il gusto per temi di attualità marpionescamente scelti da Adams. Una sinfonia drammatica -prendendo a prestito una espressione di Berlioz- che nella sua struttura richiama i concerti per strumento ed orchestra, ma in quattro movimenti. La protagonista é interpretata dal violino di Leila Josefowicz, una voce accoratissima, che da più la cifra dell’opera teatrale piuttosto che della sinfonia. Eroiche e drammatiche, le vicende vengono raccontate dallo strumento solista come una narrazione  da poema sinfonico di Richard Strauss, appunto l’Ein Heldenleben.

All’orecchio abituato alla duttilità della scrittura di Adams colpirà forse  di più il tono romantico e struggente della sinfonia oltrechè la mancanza da un pò di tempo dell’elemento minimalista nella sua scrittura. Al mio orecchio, decisamente rocchettaro, colpisce il terzo movimento. Un inizio feroce, con ritmiche che si sovrappongono, senza perdere il drive e mandando in visibilio in maniera roboante il pubblico.

Riporto l’articolo della Nonesuch ed il first listen della NPR, oltre che i link spotify

http://www.nonesuch.com/journal/john-adams-scheherazade2-september-30-violinist-leila-josefowicz-st-louis-symphony-2016-08-17

Scheherazade 2.0, compositore John Adams,

direttore David Robertson, St. Louis Symphony

I. Tale Of The Wise Young Woman — Pursuit By The True Believers – 14.59

II. A Long Desire (Love Scene) – 14.23

III. Scheherazade And The Men With Beards – 9.45

IV. Escape, Flight, Sanctuary – 8.24

 

http://www.npr.org/2016/09/22/493933964/first-listen-john-adams-scheherazade-2

Anthony de Mare pubblica Liaisons: Re-Imagining Sondheim from the Piano in ECM

IlCover of the recording being discussed, showing only a few of the contributing composers pianista Anthony de Mare pubblica per ECM in triplo cd un tributo al musical di Stephen Sondheim intitolato Liaisons: Re-Imagining Sondheim from the Piano. Dietro questo lavoro ci sono 8 anni di preparazione e di ri-scrittura di pazzi del compositore ad opera di altrettanti compositori jazz (in ordine cronologico da Wynton Marsalis ad Ethan IvSteve erson dei Bad Plus e Fred Hersch) o contemporanei come Reich e Fredric Rzewski, fino ad arrivare a Nico Muhly -sotto la lista completa. Ognuno di loro ha preparato uno dei 36 pezzi che Anothny de Mare ha poi inciso per quest’album della collana ECM New Series.

Uno degli spunti più interessanti di tutto il lavoro sta nell’analizzare come ogni compositore abbia declinato il rapporto tra il lavoro originale di Sondheim ed il proprio stile -spesso decisamente distante dal musical. Non é un caso che nell’intervista de Mare citi ad esempio ciò che Art Tatum ha fatto con le canzoni di Gershwin oppure Franz Liszt con Schubert.

Per un’analisi appropriata questa recensione del recital di Anthony de Mare del 2014 ad opera di Examiner può essere un ottimo punto di partenza.

Altrettanto interessante, però, é capire come il materiale musical, potenzialmente molto e poco duttile proprio per la sua complessità melodica, diviene un punto di partenza per creare dei pezzi a sè stanti. Non essendo un grande conoscitore del musical, é proprio questo spunto che mi attrae. Di fatti ne potrebbe risultare un album decisamente eterogeneo, ma non per questo privo di un trait d’union.

Ulteriori articoli:

Recensione di Liaisons su Examiner.

Intervista ad Anthony de Mare su NPR.

Compositori:

William Bolcom
Nico Muhly
Steve Reich
David Rakowski
Wynton Marsalis
Mark-Anthony Turnage
Ethan Iverson
Frederic Rzewski
Fred Hersch
Thomas Newman
Nils Vigeland
Jake Heggie
Annie Gosfield
Tania León
Mary Ellen Childs
Jherek Bischoff
Jason Robert Brown
Andy Akiho
Bernadette Speach
Eve Beglarian
Duncan Sheik
Eric Rockwell
Phil Kline
Derek Bermel
Kenji Bunch
Ricardo Lorenz
Daniel Bernard Roumain
Paul Moravec
Gabriel Kahane
Mason Bates
David Shire
Rodney Sharman
John Musto
Ricky Ian Gordon
Peter Golub
Michael Daugherty

ECM New Series 2470-72