David Virelles – Gnosis [ECM 2017]

Un’atmosfera di mistero, sogno e realismo magico. Gnosis di David Virelles é come un palcoscenico dove si incontrano clave cubana, avanguardia classica, musica contemporanea, jazz. Attrae l’ascoltatore fin dalle prime note rivelando sempre nuovi strati sotterranei ad ogni ripetizione. Il concetto forte alla base della musica di Virelles é il meticciato culturale, il melting pot musicale. Uno stile lascia spazio all’altro, o convivono perfettamente in un piacevole gioco postmoderno. Ma ciò che rapisce ascolto dopo ascolto é la sensualità misteriosa che non si lascia, invece, comprendere appieno nell’immediato. Un’opera totale, scura; ascoltarlo é stato veramente un percorso di iniziazione.

David Virelles porta ad un livello ulteriore la sua ricerca di punti di incontro tra le culture musicali, iniziata con Continuum per PI recordings e Mboko ed Antenna editi da ECM. Nato a Cuba, ha studiato piano in Canada prima di trasferirsi a New York, studiando con Henry Threadgill e diventando membro stabile della scena newyorchese. Lavora con Chris Potter, Tomasz Stanko, Andrew Cyrille, Mark Turner e prima ancora con Steve Coleman. E proprio la collaborazione con Coleman non é una sorpresa nel suo curriculum, vista la sua attitudine a creare molteplici strati di ritmo, anche in Gnosis.

Il primo dei diciotto pezzi che compongono quest’opera concettualmente unitaria, Del Tabaco Y El Azucar, ci trasporta subito in una improvvisazione sospesa senza melodia, nel dialogo tra linee di piano, il basso di Thomas Morgan e l’armamentario di percussioni del Nosotros Ensemble. Un tenue crescendo che apre a Fititi Nongo, dove bass drum e clave fanno dialogare due ritmi basati sul son cubano, mentre il piano di Virelles disegna una melodia che sembra discendere a spirale rimbalzando qua e là, senza trovare una naturale cadenza.

David Virelles é una spugna nei confronti di qualunque stile. Nel suo piano vivono influenze molteplici, così tante che talvolta é quasi difficile trovare un tratto unitario. Se proprio un tratto può essere riconosciuto, allora, é la sua propensione a destrutturare ed analizzare la melodia. In Lengua I, il primo dei molti intermezzi di solo piano dell’album, parte da una intro free che sembra essere sempre sul punto di partire. Alla fine entra un giro di due accordi piacevolmente latin su cui si disegna una melodia deliziosa. Ma é una breve illusione: la melodia viene ripetuta, dissezionata, Virelles la integra con ostinati e cluster. Alla stessa maniera in De Ida Y Vuelta I: una breve intro barocca viene riarmonizata in chiave jazz, poi diventa quasi un notturno di Debussy.

E’ facile per l’ascoltatore immaginare un’opera totale durante l’ascolto di Gnosis, tutti i pezzi sembrano avere un filo comune ed alternarsi con una scansione molto ben precisa. Inizialmente é, infatti, nata come opera che includeva immagini e coreografia presentata dal vivo nel Novembre 2015 a Toronto. Virelles, che frequentemente utilizza nei suoi lavori l’immagine, riesce a creare una musica immaginifica ed a ridare corpo alla narrazione anche attraverso il solo medium sonoro.

Il merito é spesso della voce di Ramon Diaz, che dona drammaticità ed accresce l’atmosfera rituale e misteriosa che pervade l’intero album. Alterna le percussioni o il parlato, come nella lunga improvvisazione con Morgan e Virelles, per l’occasione al suono stridente della marimbula, in Benkomo. Meno presenti, ma sempre importanti nel creare il dialogo gli archi del Nosotros Ensemble. Come nel sinistro drone che creano sotto il coro maschile in Erume Kondo. “Archi, strumenti a fiato e percussioni hanno specifiche responsabilità in quest’opera. Molteplici famiglie lavorano nella stessa unità: questo é il simbolo dell’interazione culturale”.

La traccia che meglio sintetizza questa interazione e vale da sola il prezzo del biglietto é Tierra. Le percussioni portano un lento ritmo son, il piano una linea continua che mi ricorda una composizione di Tim Berne rallentata in slow motion. Flauto, clarinetto ed archi contrappuntano lasciando poi spazio al solo di Virelles: il piano si intestardisce, senza cercare apparentemente soluzione a risolvere la melodia, la lascia sospesa, l’analizza, la amplia e distrugge a piacimento. La scena si  fa sempre più ossessiva, mentre l’ascoltatore può immaginare una coreografia da trance.  All’improvviso il ritmo si dimezza, diventa quasi una salsa contrappuntata da inquietanti archi pizzicati. Virelles continua ancora il suo solo, ma non vuole mai svuotare la tensione, anzi cerca sempre di portarla sulla soglia massima.

Gnosis é basata sul vocabolario della Abakuá, un rito di iniziazione ad una società segreta a stampo maschile praticato a Cuba, a sua volta importato dagli schiavi provenienti dell’Africa dell’Ovest. Oltre a queste influenze Virelles cita la musica di Amadeo Roldán ed Alejandro Garcia Caturia, tra i primi che hanno meticciato la composizione classica con il mix di influenze cubano. Influenze della composizione classica intersecate con l’improvvisazione. E perfino un episodio che si rifà al serialismo, ovvero il tema iniziale di flauto di Lengua II, che poi prosegue in una grassa orchestrazione da big band jazz carica di tensione.

“Gnosis é prima di tutto un’intersezione di culture e dell’ impatto costante che ha questo processo nel presente. La parola Gnosis in questo contesto é prima di tutto un riferimento ad una conoscenza condivisa” dice il pianista. La forza di Virelles é nella capacità di assorbire questa conoscenza e poi declinarla in favore delle sue idee, lasciando sempre in disparte il puro intento di revival etnomusicografico e senza cadere nel collage di stili giustapposti l’uno accanto all’altro.

David Virelles
Gnosis
with Román Díaz
and the Nosotros Ensemble
David Virelles: piano, marímbula
Román Díaz:lead vocals and percussion (bonkó enchemiyá, ekón, nkomos, erikundi, itones,
nkaniká, marímbula, claves, mayohuacán, pilón, carapacho de jicotea, coconut shells)
Allison Loggins-Hull: piccolo, flute
Rane Moore: clarinet, bass clarinet
Adam Cruz: percussion (steel pan, claves)
Alex Lipowski: percussion (orchestral bass drum, temple blocks, bongos, gong)
Matthew Gold: percussion (marimba, glockenspiel)
Mauricio Herrera: percussion (ekón, nkomos, erikundi, claves)
Thomas Morgan: double bass
Yunior Lopez: viola
Christine Chen: violoncello
Samuel DeCaprio: violoncello
Melvis Santa, David Virelles and Mauricio Herrera: background vocals
ECM 2526 CD 6025 5765115 7 Release: September 2017

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Bjorn Meyer – Provenance [ECM 2017]

Ho avuto la fortuna di aver incontrato molti musicisti tecnicamente preparatissimi, ma il primo che è riuscito veramente ad impressionarmi è stato un chitarrista del quale non ho mai saputo il nome -si, anche nell’era di internet è possibile. Seduto ad un angolo di una via di Londra, suonava con entrambe le mani sulla tastiera, come se la chitarra fosse un pianoforte, a la Stanley Jordan. Come dire, la tecnica meno ortodossa a volta può dare risultati inattesi.

Bjorn Meyer, bassista elettrico svizzero, agisce spesso in una zona che non é propria al suo strumento. Sentiamo le strutture zen-funk dei Ronin di Nik Baertsch, dove spesso sono piano, clarinetto e percussioni a fare da sfondo alle linee soliste di Meyer. O le linee melodiche che contrappuntano la voce della cantante ed arpista Asita Hamidi o dialogano con il maestro dell’oud Anouar Brahem. Il lavoro di Meyer é in questa tensione: magari andando in registri inusuali sui tasti alti del basso, o utilizzando uno strumming più chitarristico, o creando soundscape profondi che richiamano i synth. Un armamentario di tecniche non usuali.

Bjiorn Meyer Provenance.jpg

Nelle note di copertina di Provenance c’é una sorta di senso di sorpresa nei confronti di un lavoro diverso dal solito. Questo é il primo disco ECM di basso elettrico solo per una casa discografica che ha una tradizione di solisti e -soprattutto- la presenza tra i suoi progetti più storici di uno degli antesignani del basso solo, ovvero Eberhard Weber. Dopo aver ascoltato Provenance sembra naturale chiedersi come mai questo strumento abbia partorito così pochi lavori solisti. Rivengono in mente Jaco Pastorus, i dischi solisti di Jonas Hellborg e di un altro antesignano come Michael Manring. La fusione degli stili e delle influenze é il tratto che li accomuna a Meyer.

Il soundscape profondo del pezzo di apertura Aldebaran rivela che non siamo di fronte ad un album solista, ma ad un dialogo. Le ricchissime armoniche dello Stelio Molo RSI di Lugano diventano fonte di ispirazione e stimolo per Meyer. “Le molteplici forme con le quali l’acustica va ad influenzare le mie composizioni ed improvvisazioni, ed in ultimo le mie performance, sono sempre state fonte di ispirazione e sorpresa. C’é assolutamente un secondo componente in questo progetto solista -la stanza!”. Ancora di più in Pendulum, dove gli armonici iniziali, riverberati da un mix di effetti ed acustica dello studio si spandono a dismisura. Per poi lasciare spazio ad una progressione melodica che richiama Ralph Towner.

Il riferimento al chitarrista classico riviene in mente anche ad esempio in Banyan Waltz. Oppure addirittura un riferimento a Michael Hedges ed Aerial Boundaries nel tapping di Merry-Go-Round. Meyer fa grande uso nel suo playing di arpeggi o accordi suonati simultaneamente e di una tecnica votata alla voce solista del basso molto simile alla chitarra. Grazie ad un suono corposo, ma sempre cantabile, sopratutto nel registro alto che ha la predominanza nel disco. E grazie ad un tocco quasi acustico sullo strumento: “Molto spesso, specialmente quando si registra il basso elettrico, si tende a dimenticare o addirittura a rimuovere il tocco sulle corde, la fragilità del suono di questo strumento così come é oggi”.

Bjorn Meyer ha rivestito un ruolo chiave in una delle scene più interessanti del panorama europeo. Negli anni 2000 il minimalismo ha riassunto un ruolo inaspettatamente dominante in un incrocio tra jazz, funk, improvvisazione e camerismo europeo proprio in Svizzera. Merito soprattutto del lavoro del pianista Nik Baertsch e dei suoi gruppi e della figura del fiatista Don Li. Ma anche di molti gruppi cresciuti dall’influenza della ritual music che si suonava principalmente in locali come l’Exil di Zurigo ogni lunedì. Un mese fa proprio questo locale ha salutato il concerto celebrativo numero 666.

Una delle caratteristiche dello zen-funk di Nik Baertsch é l’equilibrio che viene a crearsi tra movimento e silenzio: “L’implicita contraddizione tra Zen e funk indica la possibile interpretazione: Ronin rappresenta un amore allo stesso tempo per il silenzio e l’attacco [del suono]” [da Horizons Touched: The Music of ECM di Steve Lake, Paul Griffiths].

Provenance non é annoverabile nel filone postminimal della scena svizzera, meno proteso alla ripetitività ed ai tempi dilatati di Ronin, ma si plasma molto da vicino su questo equilibrio tra silenzio ed attacco indicato da Nik Baertsch. Esplora stili diversi e ritmi tra loro molto differenti: Dance é un insieme di loops dal sapore africano sul quale ci aspettiamo di sentire da un momento all’altro il piano, appunto, di Baertsch e dove, invece, il basso crea una serie di linee ascendenti e soundscapes carichi di pathos. Squizzle é uno strumming tiratissimo dal sapore funk sul basso acustico. Three Thirteen una progressione tonale giocata su un ritmo quasi latin, ben mascherato. E poi Garden of Silence, tributo alla scomparsa arpista e cantante di origine persiana Asita Hamidi.

La capacità di portare lo strumento al di fuori della sua comfort zone é uno dei tratti fondamentali di Provenance, insieme ad una poetica delicata ed ariosa, mai aggressiva. La tensione alla sperimentazione é presente in questo lavoro, ma sempre ben nascosta e mai evidenziata ed agisce per garantire la generazione dell’ambiente sonoro del bassista svizzero.

Björn Meyer
Provenance

  1. Aldebaran
  2. Provenance
  3. Three Thirteen
  4. Squizzle
  5. Trails Crossing
  6. Traces of a Song
  7. Pendulum
  8. Banyam Waltz
  9. Pulse
  10. Dance
  11. Garden of Silence
  12. Merry-Go-Round

Björn Meyer: basso elettrico a sei corde, basso acustico

ECM 2566 CD 6025 5741917 7
LP 6025 5768122 2

Data di uscita: 15 Settembre 2017

Hamasyan, Henriksen, Aarset, Bang – Atmospheres [2016]

Quando sentiamo il primo accordo di Atmoshperes, primo lavoro micropolifonico del compositore ungherese Gyorgy Ligeti nel 1961, una sola cosa é certa: é più facile indovinare il numero di fagioli dentro un recipiente di vetro telefonando da casa che capire da quante note è composto l’accordo. Lo diciamo qui, sono 59 differenti note su più ottave, ma non vi sentite come se avesse cambiato qualcosa. Quando lo ascoltate probabilmente non percepirete le singole note, ma la sapiente illusione di star volando sopra le nuvole. Sulle atmosfere.

La citazione del lavoro di Ligeti é volutamente intenzionale nel titolo del disco ECM ad opera delle otto mani del pianista Tigran Hamasyan, del trombettista Arve Henriksen, del chitarrista Eivind Aarset e dell’uomo-ai-rumori, Jan Bang. Ma di fatto si parte dalle atmosfere di un drone creato da Aarset e Bang per poi andare a parare da un’altra parte. La staticità di un cluster della chitarra e di glitch sotterranei è subito addolcita dalle digressioni modali, talvolta carezze, talvolta nervosi salti, di Tigran Hamasyan nella traccia di apertura Traces I.

Da qui le tessiture impalpabili lasciano lentamente spazio alla narrazione. Le atmosfere del pezzo di Ligeti sono quasi 10 minuti di musica eterea, priva di linee melodiche. L’Atmospheres di oggi, invece, è un braccio di ferro sotterraneo, tra la geografia dei paesaggi disegnati da Bang ed Aarset e la storia, la narrazione, delle melodie in modo minore della tradizione armena che Hamasyan interseca tra le 10 improvvisazioni che si stagliano sui due dischi. A cominciare dal secondo pezzo Tsirani Tsar dove la tromba lirica di Henriksen canta la tristezza delle note che il musicologo Komitas ha recuperato nella tradizione armena. O come Traces V, dove una linea atonale di tromba -mi ricorda qualcosa dell’ultimo lavoro ECM di Jon Hassel- é rimbalzata da due accordi Hamasyan. Aarset e Bang aggiungono un irruente assenza, un soundscape qui, un battito li: quasi cameristico. Pochi secondi di magico silenzio portano al finale del pezzo ovvero Garun a, ancora una lirica armena del musicologo Komitas.

Tigran Hamasyan ha prodotto due capolavori nello stesso anno. Ed é riuscito a farli produrre ad etichette come ECM e Nonesuch. Nel 2015 con un trio piano-basso-batteria ha reinterpretato le melodie armene tra assurde poliritmie capaci di richiamare Autreche e Meshuggah -insomma proprio due inusuali fonti di imitazione per il pubblico jazz- in Mockroot. Poi ha riunito un coro, con il quale ha duettato su melodie del repertorio tradizionale, producendo un manifesto di estetitca ECM capace di richiamare i lavori di Hilliard Ensemble e Garbarek, ovvero l’album Luys I Luso.

Quando dialoga meditavamente con Eivind Aarset in Traces III non si intravede nè la melodicità etnica del pianista, nè le linee quasi post-rock che il chitarrista norvegese aveva dipanato in I.E. l’anno scorso. I quattro di fatto rimangono in un territorio altro dal loro usuale. Forse l’unico padrone è, come tanti disci ECM, il padre-forgiatore Manfred Eicher, e la sua estetica.

Arve Henriksen mantiene la sua versatilità, capace di torcere il timbro della tromba per farlo diventare flautato, oppure spigoloso e ligneo, oppure grasso come un fagotto. Allora va ad aggiungere malincolicità, altre volte crea paesaggi sospesi di tre note, paesaggi selvaggi come nella linea modale di Traces VIII. Bang risponde nascondendo e raddoppiando le linee di fiati, quelle di Hamasyan o tessendo soundscapes aggiuntivi a quelli di Aarset.

Quando Henriksen apre Traces VII con un riff di una nota nervosa ed aggressiva ci accorgiamo per la prima volta che manca qualunque elemento di ritmo. La sezione ritmica sembra ricomparire, con Hamasyan che erutta temi modali in tutte le possibili tonalità, che risponde con una poliritmia sotto la melodia, che Bang raddoppia, che Aarset contrappunta. L’unisono al quale approdano i quattro fa capire la qualità dell’improvvisazione. Una lunga coda, ancora modale, chiude la traccia. Se si poteva chiudere tranciando nettamente il pezzo, per caricarne l’effetto, la scelta invece è di accompagnare lentamente la discesa della tensione. L’ascoltatore è intrappolato nella narrazione temporale dei quattro e non vuole uscirne.

In tutto l’album si rimbalza tra paesaggio e narrazione, tra sospensione e movimento, tra melodia ed assenza della stessa. La chiusura in Traces X non potrebbe che essere, quindi, circolare. Un drone di chitarra lascia spazio a linee melodiche modali, dove si era iniziati ora si chiude. Tanto per ritornare a citare le atmosfere, anche se ben diverse da quelle di Ligeti da cui si era partiti. Se Paul Griffiths parlava delle Amtospheres del compositore ungherese in termini di ‘immense presenze che fanno pensare ad un’enorme assenza’ [La Musica del Novecento, Griffiths, Einaudi], qui le assenze sono cariche, al contrario, di immense presenze che fanno capolino.

Atmospheres

Tigran Hamasyan Piano
Arve Henriksen Trumpet
Eivind Aarset Guitar
Jan Bang Samples, Live Sampling

Disc 1
1 Traces I 06:52
2 Tsirani tsar 05:49
3 Traces II 04:32
4 Traces III 05:45
5 Traces IV 05:14
6 Traces V / Garun a 12:39
7 Traces VI 04:50
8 Garun a (var.) 03:51

Disc 2
1 Traces VII 09:28
2 Traces VIII 05:59
3 Shushiki 04:41
4 Hoy, Nazan 03:51
5 Traces IX 05:53
6 Traces X 05:56
7 Angel of Girona / Qeler tsoler 03:35

Steven Wilson, King Crimson, Yugen, Nik Bartsch

Nella nuova newsletter Steven Wilson annuncia che sta già lavorando sul quinto album e su alcuni remixes. Spicca quello dei due album anni ’80 rimasti dei King Crimson; ritorna , quindi, a completare il lavoro dopo che Jakko Jakszyk si era occupato del remix di THRAK.

I due remix potrebbero finire nel cofanettone di goodies che David Singleton ha annunciato qualche mese fa: questo dovrebbe racchiudere i due album non ancora remixati degli anni ’80 dei King Crimson. L’anno si dovrebbe completare con un nuovo live -video?- previsto per prima dell’inizio del tour, oltre al Live in Toronto appena uscito, nella collaca KCCC.

E per finire anche un ‘nuovo libro sui King Crimson’. Che sia In the Court of King Crimson aggiornato come aveva annunciato Sid Smith qualche anno fa?

Mese intenso di uscite: oltre al Live in Toronto, l’ECM ha pubblicato la nuova -in realtà vecchia- formazione di Nik Bartsch’s Mobile, l’album é Continuum.

Ma altro lavoro che entra diretto nella futura classifica de ‘I Migliori del 2016’ é Death by Water degli Yugen.

Seguito di Iridule del 2010, Zago ci ha messo 5 anni per produrre un nuovo album, e sembra perfino troppo poco tempo visti a) i suoi impegni b) un organico ancora più allargato c) una scrittura -se possibile- ancora più complessa. Il linguaggio rock in opposition é portato all’ennesima potenza, i riferimenti dell’avanguardia classica sono sempre più ferocemente inclusi nella musica. Il tutto accanto a post-metal, brani cinematici, metriche assurde. Un album estremamente vario. Per la verità, a ‘leggerlo’ correttamente, la varietà é, anzi, lo specchietto per le allodole per nascondere il concept sotterraneo del lavoro.

Su tutto il disco campeggia un fantasma: quello di Conlon Nancarrow. Nel quarto numero di PROG Italia Francesco Zago aveva annunciato che Nancarrow sarebbe stato il punto di riferimento per quest’album. Per accrescere la complessità della scrittura, Nancarrow sembra perfino una scelta scontata per gli Yugen.

Cinically correct, l’impressionante pezzo d’apertura, é uno stato dell’arte di scrittura. Il pezzo é combinato per coppie di strumenti che suonano insieme, come indicato da Zago sempre nell’intervista. Prima le chitarre -la seconda é la 8 corde di Stefano Ferrian- dettano la ritmica, estremamente complessa, scritta e ferocemente distorta. Poi Fasoli al piano e Botta ai sintetizzatori con l’aggiunta di Jacopo Costa ai vibes tracciano le poliritmie. Quindi i fiati. Sezioni che dialogano in maniera feroce e violenta, sovrapponendo ritmie e temi.

Sempre poliritmie, ma stavolta con i fiati a farla da padrone giocando sulle dominanti dal sapore jazz: Undermurmur é un pezzo nancarrowiano in maniera ironica. Poi Death by Water é l’improvviso rilascio della tensione, sostenuta da un semplice arpeggio di chitarra. Quasi un intermizzo a la Steven Wilson. Si cambia ancora con i riff poderosi post-metal dell’intermezzo Ten Years After, con la sinistra ballad As it Was cantata da Elaine Di Falco, con il teatro d’avanguardia -debitore di Luigi Nono– di Der Schnee. Un disco di quarantadue minuti intensissimi, complicati, non-facili ed assolutamente sprezzanti dell’ascoltatore superficiale.

Anthony de Mare pubblica Liaisons: Re-Imagining Sondheim from the Piano in ECM

IlCover of the recording being discussed, showing only a few of the contributing composers pianista Anthony de Mare pubblica per ECM in triplo cd un tributo al musical di Stephen Sondheim intitolato Liaisons: Re-Imagining Sondheim from the Piano. Dietro questo lavoro ci sono 8 anni di preparazione e di ri-scrittura di pazzi del compositore ad opera di altrettanti compositori jazz (in ordine cronologico da Wynton Marsalis ad Ethan IvSteve erson dei Bad Plus e Fred Hersch) o contemporanei come Reich e Fredric Rzewski, fino ad arrivare a Nico Muhly -sotto la lista completa. Ognuno di loro ha preparato uno dei 36 pezzi che Anothny de Mare ha poi inciso per quest’album della collana ECM New Series.

Uno degli spunti più interessanti di tutto il lavoro sta nell’analizzare come ogni compositore abbia declinato il rapporto tra il lavoro originale di Sondheim ed il proprio stile -spesso decisamente distante dal musical. Non é un caso che nell’intervista de Mare citi ad esempio ciò che Art Tatum ha fatto con le canzoni di Gershwin oppure Franz Liszt con Schubert.

Per un’analisi appropriata questa recensione del recital di Anthony de Mare del 2014 ad opera di Examiner può essere un ottimo punto di partenza.

Altrettanto interessante, però, é capire come il materiale musical, potenzialmente molto e poco duttile proprio per la sua complessità melodica, diviene un punto di partenza per creare dei pezzi a sè stanti. Non essendo un grande conoscitore del musical, é proprio questo spunto che mi attrae. Di fatti ne potrebbe risultare un album decisamente eterogeneo, ma non per questo privo di un trait d’union.

Ulteriori articoli:

Recensione di Liaisons su Examiner.

Intervista ad Anthony de Mare su NPR.

Compositori:

William Bolcom
Nico Muhly
Steve Reich
David Rakowski
Wynton Marsalis
Mark-Anthony Turnage
Ethan Iverson
Frederic Rzewski
Fred Hersch
Thomas Newman
Nils Vigeland
Jake Heggie
Annie Gosfield
Tania León
Mary Ellen Childs
Jherek Bischoff
Jason Robert Brown
Andy Akiho
Bernadette Speach
Eve Beglarian
Duncan Sheik
Eric Rockwell
Phil Kline
Derek Bermel
Kenji Bunch
Ricardo Lorenz
Daniel Bernard Roumain
Paul Moravec
Gabriel Kahane
Mason Bates
David Shire
Rodney Sharman
John Musto
Ricky Ian Gordon
Peter Golub
Michael Daugherty

ECM New Series 2470-72