Hamasyan, Henriksen, Aarset, Bang – Atmospheres [2016]

Quando sentiamo il primo accordo di Atmoshperes, primo lavoro micropolifonico del compositore ungherese Gyorgy Ligeti nel 1961, una sola cosa é certa: é più facile indovinare il numero di fagioli dentro un recipiente di vetro telefonando da casa che capire da quante note è composto l’accordo. Lo diciamo qui, sono 59 differenti note su più ottave, ma non vi sentite come se avesse cambiato qualcosa. Quando lo ascoltate probabilmente non percepirete le singole note, ma la sapiente illusione di star volando sopra le nuvole. Sulle atmosfere.

La citazione del lavoro di Ligeti é volutamente intenzionale nel titolo del disco ECM ad opera delle otto mani del pianista Tigran Hamasyan, del trombettista Arve Henriksen, del chitarrista Eivind Aarset e dell’uomo-ai-rumori, Jan Bang. Ma di fatto si parte dalle atmosfere di un drone creato da Aarset e Bang per poi andare a parare da un’altra parte. La staticità di un cluster della chitarra e di glitch sotterranei è subito addolcita dalle digressioni modali, talvolta carezze, talvolta nervosi salti, di Tigran Hamasyan nella traccia di apertura Traces I.

Da qui le tessiture impalpabili lasciano lentamente spazio alla narrazione. Le atmosfere del pezzo di Ligeti sono quasi 10 minuti di musica eterea, priva di linee melodiche. L’Atmospheres di oggi, invece, è un braccio di ferro sotterraneo, tra la geografia dei paesaggi disegnati da Bang ed Aarset e la storia, la narrazione, delle melodie in modo minore della tradizione armena che Hamasyan interseca tra le 10 improvvisazioni che si stagliano sui due dischi. A cominciare dal secondo pezzo Tsirani Tsar dove la tromba lirica di Henriksen canta la tristezza delle note che il musicologo Komitas ha recuperato nella tradizione armena. O come Traces V, dove una linea atonale di tromba -mi ricorda qualcosa dell’ultimo lavoro ECM di Jon Hassel- é rimbalzata da due accordi Hamasyan. Aarset e Bang aggiungono un irruente assenza, un soundscape qui, un battito li: quasi cameristico. Pochi secondi di magico silenzio portano al finale del pezzo ovvero Garun a, ancora una lirica armena del musicologo Komitas.

Tigran Hamasyan ha prodotto due capolavori nello stesso anno. Ed é riuscito a farli produrre ad etichette come ECM e Nonesuch. Nel 2015 con un trio piano-basso-batteria ha reinterpretato le melodie armene tra assurde poliritmie capaci di richiamare Autreche e Meshuggah -insomma proprio due inusuali fonti di imitazione per il pubblico jazz- in Mockroot. Poi ha riunito un coro, con il quale ha duettato su melodie del repertorio tradizionale, producendo un manifesto di estetitca ECM capace di richiamare i lavori di Hilliard Ensemble e Garbarek, ovvero l’album Luys I Luso.

Quando dialoga meditavamente con Eivind Aarset in Traces III non si intravede nè la melodicità etnica del pianista, nè le linee quasi post-rock che il chitarrista norvegese aveva dipanato in I.E. l’anno scorso. I quattro di fatto rimangono in un territorio altro dal loro usuale. Forse l’unico padrone è, come tanti disci ECM, il padre-forgiatore Manfred Eicher, e la sua estetica.

Arve Henriksen mantiene la sua versatilità, capace di torcere il timbro della tromba per farlo diventare flautato, oppure spigoloso e ligneo, oppure grasso come un fagotto. Allora va ad aggiungere malincolicità, altre volte crea paesaggi sospesi di tre note, paesaggi selvaggi come nella linea modale di Traces VIII. Bang risponde nascondendo e raddoppiando le linee di fiati, quelle di Hamasyan o tessendo soundscapes aggiuntivi a quelli di Aarset.

Quando Henriksen apre Traces VII con un riff di una nota nervosa ed aggressiva ci accorgiamo per la prima volta che manca qualunque elemento di ritmo. La sezione ritmica sembra ricomparire, con Hamasyan che erutta temi modali in tutte le possibili tonalità, che risponde con una poliritmia sotto la melodia, che Bang raddoppia, che Aarset contrappunta. L’unisono al quale approdano i quattro fa capire la qualità dell’improvvisazione. Una lunga coda, ancora modale, chiude la traccia. Se si poteva chiudere tranciando nettamente il pezzo, per caricarne l’effetto, la scelta invece è di accompagnare lentamente la discesa della tensione. L’ascoltatore è intrappolato nella narrazione temporale dei quattro e non vuole uscirne.

In tutto l’album si rimbalza tra paesaggio e narrazione, tra sospensione e movimento, tra melodia ed assenza della stessa. La chiusura in Traces X non potrebbe che essere, quindi, circolare. Un drone di chitarra lascia spazio a linee melodiche modali, dove si era iniziati ora si chiude. Tanto per ritornare a citare le atmosfere, anche se ben diverse da quelle di Ligeti da cui si era partiti. Se Paul Griffiths parlava delle Amtospheres del compositore ungherese in termini di ‘immense presenze che fanno pensare ad un’enorme assenza’ [La Musica del Novecento, Griffiths, Einaudi], qui le assenze sono cariche, al contrario, di immense presenze che fanno capolino.

Atmospheres

Tigran Hamasyan Piano
Arve Henriksen Trumpet
Eivind Aarset Guitar
Jan Bang Samples, Live Sampling

Disc 1
1 Traces I 06:52
2 Tsirani tsar 05:49
3 Traces II 04:32
4 Traces III 05:45
5 Traces IV 05:14
6 Traces V / Garun a 12:39
7 Traces VI 04:50
8 Garun a (var.) 03:51

Disc 2
1 Traces VII 09:28
2 Traces VIII 05:59
3 Shushiki 04:41
4 Hoy, Nazan 03:51
5 Traces IX 05:53
6 Traces X 05:56
7 Angel of Girona / Qeler tsoler 03:35

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